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Robot e umani a braccetto per costruire il lavoro del futuro



Il progresso tecnologico e la globalizzazione incidono in modo decisivo sul mercato del lavoro. Secondo la legge di Moore – che ha preso il nome da Gordon Moore, cofondatore di Intel – la potenza di un microprocessore «raddoppia ogni 18 mesi e quadruplica quindi ogni 3 anni». In sostanza un chip dei nostri giorni è circa 70 miliardi di volte più potente di quello degli anni 70. E fra una decina d’anni sarà migliaia di miliardi di volte superiore a quello attuale e di dimensioni sempre più ridotte. Se a questo si aggiungono i progressi attraverso l'intelligenza artificiale, il riconoscimento vocale, le nanotecnologie e la robotica in generale, gli esperti si aspettano la scomparsa del 60% degli attuali posti di lavoro. Quelli più penalizzati saranno i lavori manuali e intellettuali-esecutivi che verranno assorbiti dalle macchine o trasferiti nei Paesi emergenti.

Ma sarebbe un errore concentrarsi solo sulle conseguenze negative di questa rivoluzione globale e combatterla. Si tratta di rivoluzioni cicliche non troppo diverse ad esempio da quella che ha sostituito negli anni ‘70 le centraliniste con la commutazione automatica delle telefonate, o ha fatto sparire mestieri come gli spazzacamini. Da Davos dove si sono incontrati in questi giorni i potenti della terra per il World Economic Forum, sono arrivate notizie incoraggianti che portano a guardare al futuro del lavoro con positività.

Nuovi spazi per il lavoro

Oggi il lavoro rappresenta in tutto il mondo uno dei problemi cruciali perché il suo mercato è in crescente squilibrio. Le statistiche sull’occupazione e la disoccupazione variano di giorno in giorno e da fonte a fonte, e i rimedi cui ricorrono i diversi governi non sempre risultano efficaci. È opportuno quindi soffermarsi un attimo sugli effetti dell'automazione sulle professioni e sui numeri legati al progresso tecnologico.
Se vent’anni fa occorrevano 60.000 operai per costruire un milione di automobili, oggi, grazie ai robot e ai nuovi sistemi organizzativi, ne bastano 20.000. 
Come ha calcolato l'economista e già presidente di Nomisma, Nicola Cacace, nel 1891, quando la popolazione italiana era meno di 40 milioni, in un anno si lavorava per un complesso di 70 miliardi di ore. Cento anni dopo, nel 1991, gli italiani erano diventati 57 milioni ma lavoravano solo 60 miliardi di ore, eppure riuscivano a produrre ben tredici volte di più. Nel 2016 gli italiani sono diventati 61 milioni, hanno lavorato 40 miliardi di ore e hanno prodotto il 59% in più, essendo il Pil salito dai 1.268 miliardi di dollari del 1991 ai 2.142 miliardi del 2016.


«Fra dieci anni – spiega il sociologo Domenico De Masi nel libro Lavoro 2025. Il futuro dell'occupazione (e della disoccupazione), ed. Marsilio, 2017 – gli abitanti del pianeta saranno 8 miliardi: un miliardo più di oggi. Nel frattempo la potenza dei microprocessori sarà diventata centinaia di miliardi di volte superiore a quella attuale, i robot avranno sostituito molti operai, le macchine digitali molti impiegati e l'intelligenza artificiale parecchi creativi. Se a questo sviluppo tecnologico si aggiunge l'avanzata via via più rapida della globalizzazione, ci si rende conto che riusciremo a produrre sempre più beni e servizi con sempre meno lavoro umano».

Macchine che pensano cose

Il problema dell'automazione e l'idea che stia portando via lavoro, non è affatto nuovo. Ma il dibattito, come ha fatto notare James Manyika, senior partner di McKinsey & Company, durante una conversazione organizzata da McKinsey Global Institute (MGI), si è surriscaldato negli ultimi tempi probabilmente per un paio di macro motivi. «Negli ultimi anni, abbiamo assistito a progressi abbastanza straordinari raggiunti con l'intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e la robotica. Negli ultimi 5 anni abbiamo fatto più progressi in alcuni sistemi di quanto non abbiamo visto negli ultimi 50 anni». In passato “automatizzare” un processo produttivo significava fondamentalmente aggiungere un muscolo o un braccio meccanico a ciò che le persone già facevano.
«Oggi – prosegue Manyika – abbiamo realizzato macchine che oltre ad aggiungere muscoli o automatizzare compiti di routine, fanno cose completamente nuove e diverse. Abbiamo a che fare con macchine che stanno effettivamente imparando a fare qualcosa, stanno scoprendo modelli, stanno scoprendo le cose stesse».

Questo grazie ai progressi compiuti dalle tecniche algoritmiche, alla quantità di potenza di calcolo dei computer (alle CPU [unità di elaborazione centrale] classiche, sono state aggiunte le GPU [unità di elaborazione grafica]); alla disponibilità di dati che le persone ogni giorno producono e che vengono “ospitati” nei grandi server.
Dalla riduzione dei tassi di errore alla capacità di fare meglio le previsioni, fino alla possibilità di scoprire nuove soluzioni o intuizioni, i vantaggi per le imprese che decidono di investire in intelligenza artificiale sono difficili da ignorare. Così come è difficile contestare i benefici per gli utenti singoli: siamo diventati sempre più a nostro agio grazie alla tecnologia, sia nell'assistenza per il riconoscimento vocale che in altre tecniche utili. I vantaggi dell'intelligenza artificiale sono chiari: agli utenti, all'economia e alle imprese.

Come rileva l'approfondimento di McKinsey per affrontare gli effetti e le opportunità dell'automatizzazione nel mercato del lavoro, bisogna essere capaci di rispondere ad altre domande: cosa costerà sviluppare e implementare queste nuove tecnologie? In che modo giocherà nelle dinamiche del mercato del lavoro in termini di costi relativi per far sì che le persone lo facciano? Qual è la disponibilità di persone che possono svolgere questo compito al posto di una macchina? Come garantire la qualità anche nei lavori automatizzati? Quali saranno le competenze richieste alla forza lavoro? Tutti interrogativi a cui si cercherà di dare una risposta nei prossimi anni. Intanto non mancano i segnali incoraggianti.

Davos

Secondo uno studio presentato da Accenture – basato su interviste a top manager e lavoratori di aziende di 11 paesi nel mondo, tra cui l'Italia – entro il 2022, l'intelligenza artificiale potrà incrementare i ricavi delle imprese del 38% e far crescere l'occupazione del 10%. Ma a patto che i CEO sappiano aggiornare i modelli di business e soprattutto formare i dipendenti all'uso delle tecnologie intelligenti. Per l'economia mondiale globale, questo si tradurrebbe in una crescita dei profitti pari a 4,8 trilioni di dollari. A queste condizioni, anche il livello di occupazione potrebbe beneficiare di un aumento del 10%. 

È vero: gli esperti a Davos hanno calcolato che, entro il 2020, nelle quindici maggiori economie mondiali l’automazione taglierà 5 milioni di posti di lavoro. La Banca d’Inghilterra, dal suo osservatorio, ha previsto che entro i prossimi dieci-vent’anni scompariranno 15 milioni di posti nel mondo. La McKinsey ha calcolato che il 45% delle attività lavorative siano computerizzabili già oggi, con le tecnologie attualmente disponibili. Se dovesse migliorare la capacità verbale dei computer, la percentuale salirà al 60%.

Ma l'intelligenza artificiale potrà avere un ruolo centrale per il business e cambierà le attività quotidiane. Il 72% dei 1.200 top manager intervistati nello studio di Accenture crede che la tecnologia intelligente sarà strategica per ottenere un vantaggio competitivo sul mercato. Secondo il 61% dei manager, nei prossimi tre anni, crescerà il numero delle figure professionali che utilizzeranno quotidianamente l'intelligenza artificiale. Al tempo stesso il 69% dei 14.000 lavoratori intervistati è consapevole dell'importanza di sviluppare competenze che permettano di lavorare con le macchine intelligenti. Tuttavia, si riscontra ancora un ampio divario tra l'apertura dei lavoratori verso l'intelligenza artificiale e le iniziative concrete avviate dei manager per favorire la loro riqualificazione: questo mette a rischio le potenzialità di crescita. Infatti, sebbene il 54% dei dirigenti aziendali consideri la collaborazione uomo-macchina cruciale per il business, solo il 3% ha previsto un aumento significativo degli investimenti nella riqualificazione dei propri collaboratori entro i prossimi tre anni. 

«Per riuscire a crescere nell'era dell'intelligenza artificiale, le aziende devono investire di più in formazione, al fine di preparare i dipendenti a un nuovo modo di lavorare in cooperazione con le macchine», ha commentato Marco Morchio, Accenture Strategy Lead per Italia, Europa Centrale e Grecia. La ricerca mette chiaramente in luce l'importanza di aumentare gli investimenti nelle competenze IA anche per sostenere l'occupazione: il 63% dei dirigenti ritiene, infatti, che la propria azienda potrebbe creare nuovi posti di lavoro grazie alle nuove tecnologie. Allo stesso tempo, il 62% dei lavoratori si aspetta un impatto positivo dell'intelligenza artificiale sul proprio lavoro. 

Secondo Accenture va ripensato il lavoro partendo dai lavoratori, partendo dai compiti, anziché dai ruoli, e assegnare i task di volta in volta a macchine e persone, bilanciando la necessità di automatizzare il lavoro con quella di valorizzare le capacità delle persone e va incanalato il potenziale della forza lavoro verso aree che possono creare maggior valore, oltre ovviamente ad accelerarne la riqualificazione.

“Se avessi chiesto alla gente cosa voleva, mi avrebbero detto cavalli più veloci” disse Harry Ford agli scettici sul successo delle automobili. I cambiamenti e il progresso tecnologico non si possono cambiare. Si possono invece comprendere e non farsi travolgere anticipando quello che succederà.
Bisogna guardare un po’ più in là e immaginare il futuro. Cosa che può fare solo l’uomo.


Paolo Tomassone

Un leader orienta i propri collaboratori con le emozioni



Un imprenditore ha tanti progetti in cantiere, un'agenda piena di appuntamenti e una missione all'interno dell'azienda: guidare, orientare, motivare le persone con cui collabora. Per questo ha a disposizione tre leve potentissime: idee chiare sulla direzione in cui andare; offrire l’esempio; trasmettere emozioni. Sì, perché la leadership si esercita anche senza parole.

Già dal 1961, attraverso le ricerche compiute dallo psicologo Albert Mehrabian, abbiamo imparato che le parole valgono soltanto il 7%, e che il restante 93% della comunicazione avviene attraverso il paraverbale e il non verbale: il tono, la postura e la gestualità. Allora non si conoscevano ancora i «neuroni a specchio» e il loro effetto sulla comunicazione. Grazie ad essi, col tempo, si è scoperto che è possibile esercitare un ruolo guida instillando nell’animo, un pensiero, un affetto, un disegno, senza parole.
Secondo gli studi condotti negli anni ’90 da Giacomo Rizzolati, padre dei «neuroni a specchio», si è scoperto che essi attivano nella “fonte ricevente” aree cerebrali identiche a quelle della “fonte emittente” riproducendo effetti “come se”. Il più importante tra questi è l’effetto prodotto dall’esempio. Grazie ad esso l’area premotoria dell’osservatore vive l’esperienza “come se” la stesse vivendo in prima persona.

Forse è per questo che Vera Birkenbihl (autrice del libro “L’arte di persuadere”, FrancoAngeli, Milano 2004) attribuisce all’esempio il 90% delle cose che apprendiamo. Ma l’esempio non è tutto. Secondo Rizzolati anche le emozioni – come la gioia, la paura, il disprezzo, la rabbia, lo stupore, la tristezza – sono estremamente contagiose.
Le emozioni producono reazioni corporee  a prescindere dalla volontà. A causa delle emozioni, ad esempio, diventiamo rossi per la vergogna, iniziamo a tremare dalla paura, ci scappa da ridere per la felicità. Le emozioni muovono le persone al di là delle loro scelte razionali. Questo significa che un leader può motivare o demotivare i collaboratori attraverso la manifestazione delle proprie emozioni.

Forse la cosa meno nota sui «neuroni a specchio» è il loro ruolo nei confronti delle intenzioni (intentionem da intentus, participio passato di intendere, tendere verso). Anche queste si trasmettono a prescindere da parole o gesti. Il “tendere verso”, dunque, la direzione verso cui dirigersi, nasce dalla fonte emittente e si trasferisce in quella ricevente tramite i neuroni a specchio.
Come hanno scritto Giacomo Rizzolati e Corrado Sinigaglia in So quel che fai (Cortina editore, Milano 2006), tutto avviene come se l’intenzione dell’altro abitasse il mio corpo o come se le mie intenzioni abitassero il suo.

Se allora un leader, un imprenditore, un innovatore che ha avviato una impresa vuole orientare e motivare i suoi collaboratori, può seguire alcuni accorgimenti semplici, ma fondamentali:
  • #1 deve comportarsi come vorrebbe che gli altri si comportassero;
  • #2 deve produrre stimoli che suscitino emozioni e non soffocare le proprie;
  • #3 deve chiarirsi bene le idee, accertandosi di sapere sempre in che direzione andare.
Solo così le intenzioni potranno realizzarsi: rispettando queste tre condizioni le parole e i gesti verranno spontanei senza che si debba partecipare a corsi di recitazione o di public speaking.


Franco Marzo

Autore di “Leadership Ispirativa – trasmetti suoni oppure rumore?” (2018). Consulente di strategia e sviluppo. Autore per FrancoAngeli di “Music Manager” (2006), “Il modello B.A.C.H.” (2008), “I-Factor – il gene dell’imprenditore” (2013). Ph.credit: Ansonlobo, IDEO.

Borse di studio per mettersi alla prova in Silicon Valley e studiare da imprenditore


Agevolazioni per innovatori nei settori dell’Intelligenza Artificiale e delle Scienze della Vita, e per le Donne. Scadenza 25 febbraio.

L'innovazione è il futuro dell'economia, si dice. Ma senza un cambio di mentalità non ci può essere innovazione. Ecco perché il futuro è in mano solo a chi riesce a rivoluzionare il proprio modo di produrre, di fare ricerca e di innovare. L'appello, che arriva dalla California, è rivolto a imprenditori italiani e di altri 30 Paesi del mondo per testare il proprio livello di capacità innovativa.

Sono in centinaia i ricercatori, fondatori di startup, manager e imprenditori, selezionati ogni anno e da ogni parte del mondo, che hanno scelto di mettersi alla prova e di perfezionare le proprie capacità in Silicon Valley, la culla dell’imprenditorialità e delle nuove tecnologie. Come ogni anno il TVLP Institute, da Menlo Park in California, mette a disposizione alcune borse di studio per favorire la partecipazione dei più talentuosi ai propri programmi internazionali in innovazione e imprenditorialità tecnologica che si svolgeranno tra maggio e agosto 2018.

Acquire a Silicon Valley Mindset con TVLP
X (Red, Blue, Green) e Flagship 

primavera & estate 2018

max 15 posti per innovatori
età 21 - 60+ anni

www.tvlp.co
Scadenza domanda: 25 febbraio 2018
Studiare imprenditorialità non è soltanto per imprenditori o per chi ha avviato un’attività o un’azienda, ma per chiunque voglia acquisire un nuovo modo di pensare e di concepire la propria crescita professionale. L’imprenditorialità - quella che s’impara in Silicon Valley - non si legge in un libro; è una cultura, un modo di essere e di lavorare che può cambiare la vita.

Queste borse sono pensate soprattutto per chi sviluppa un progetto ad alto contenuto tecnologico o scientifico ma che ha limitate risorse economiche. Tra loro, anche chi dopo aver terminato gli studi o durante un progetto di dottorato di ricerca, vuole affacciarsi al mondo del lavoro acquisendo quella speciale mentalità della Silicon Valley, dove le piccole realtà nate in un garage si sono trasformate in imprese di successo.

Infatti, durante i Technology Venture Launch Program i partecipanti avranno l’opportunità di essere affiancati da imprenditori seriali, venture capitalist e docenti americani che insegnano anche nelle più prestigiose università della Silicon Valley (StanfordBerkeley e Santa Clara). Potranno confrontarsi con investitori, imprenditori, scienziati e colleghi in occasione di talk ed eventi di networking o durante le visite a incubatori, startup o grandi aziende presenti in California. Al termine del programma i partecipanti entreranno poi a far parte della Community di TVLP che raccoglie oltre 350 talenti da oltre trenta Paesi del mondo, promuove scambi, nuove collaborazioni, eventi e missioni internazionali come la conferenza a Berlino a Novembre 2016 e quella in Cina a Marzo 2017.

I settori che in Italia il TVLP Institute vuole sostenere con queste borse sono l’Intelligenza Artificiale e le Scienze della vita (biologia, biotecnologia, e-health, chimica, bio-sensori, etc.). Tre speciali borse sono dedicate alle donne - in qualsiasi settore - per contribuire alla crescita dell’imprenditorialità femminile. A sostenere l’iniziativa è anche BAIA, Business Association Italy America, alla quale è dedicata la borsa su Scienze della vita. 

Per candidarsi alla selezione bisogna aver compiuto 21 anni e inviare la domanda di partecipazione entro il 25 febbraio 2018 tramite il modulo su www.tvlp.co indicando il proprio percorso formativo, l’idea o il progetto a cui si sta lavorando, oltre ai motivi per cui si è interessati al programma in Silicon Valley. Le domande saranno valutate in ordine d’arrivo; sarà data precedenza ai progetti con un grande impatto sociale.

TVLP raccoglie domande di partecipazione da oltre 30 nazioni, tutti i continenti, selezionando imprenditori, ricercatori e manager di tutte le età, perché non c’è mai età nella quale non si possa voler migliorare le proprie capacità imprenditoriali. Un team di esperti seleziona un gruppo di talenti intorno ad ogni programma bilanciando professionisti affermati con giovani innovatori che mirano a diventare il prossimo Mark Zuckerberg.

In bocca al lupo!


Link utili
Application e Domanda per la borsa: www.tvlp.co
Twitter: @svTVLP

Ferrari pensa alla supercar elettrica, ma Tesla l'ha già realizzata dal nulla



Ferrari lancerà alla fine del 2019 il suo suv. Lo ha riferito il ceo del Cavallino rampante, Sergio Marchionne, al salone di Detroit dove ha annunciato l'intenzione di costruire un'auto sportiva elettrica per fare concorrenza a Tesla. «Penso che se viene costruita una supercar elettrica, sarà Ferrari a farla per prima – ha detto –. Le persone sono stupite da quello che Tesla ha fatto con una super car. Non voglio sminuire ciò che ha fatto Elon, ma penso che sia fattibile da tutti».

Invidie a parte, Marchionne ha detto una sacrosanta verità: Elon Musk, ceo di Tesla Motors, ha realizzato qualcosa che tutti avrebbero potuto fare. Ma che nessuna casa automobilistica aveva mai osato fare. Lo ha fatto partendo dal nulla, dimostrando che ogni barriera può essere abbattuta, a bordo di un'auto elettrica o di un razzo. Il fatto è che lui l'ha realizzato prima di tutti.
Come è potuto succedere?

L'imprenditore sudafricano naturalizzato statunitense ci ha ormai abituati a non sorprenderci delle novità, anche quelle più bizzarre. È stato lui, assieme a un gruppo di altri soci, a fondare nel 1998 PayPal rivoluzionando il mondo dei servizi di pagamento digitale. Dopo aver creato nel 2002 la Space Exploration Technologies Corporation (SpaceX) – un'azienda aerospaziale nata con l'obiettivo di creare le tecnologie per ridurre i costi dell'accesso allo spazio e «permettere la colonizzazione di Marte» – Musk si è dedicato al nuovo progetto: la prima vettura sportiva elettrica dei tempi moderni.

Ha cominciato da zero, senza avere a disposizione industrie e centri di ricerca, senza avere il know how delle grandi case automobilistiche. E così nel 2008 è arrivata la prima Tesla Roadster. Quattro anni più tardi ha conquistato l’America e gli americani con la quattro porte Model S e dopo pochi mesi il suv Model X. Nel 2016 l'annuncio del Model 3, l'ultima scommessa di Tesla destinata ad un pubblico più vasto. Il prototipo, svelato all'inizio del 2016, è stato accolto con grande entusiasmo: circa 500.000 le prenotazioni.
A gennaio, durante un test per l'affidabilità, la Model 3 ha compiuto il tragitto New York - Los Angeles (4.600 chilometri) in 50 ore, 16 minuti e 32 secondi, battendo il record del viaggio più veloce attraverso gli Stati Uniti per un veicolo elettrico. Il costo complessivo della ricarica è stato di 100,95 dollari, una somma irrisoria anche nel paese dove la benzina costa meno dell’acqua.

Tesla Model 3 arrivata in questi giorni nel negozio di Palo Alto, California.
[Ph. credit: Alex Guberman at E for Electric]
Mentre le altre aziende cominciano a muoversi nel campo delle auto elettriche, annunciando l'arrivo di nuovi modelli, Musk con la più economica delle sue vetture (circa 35.000 dollari per acquistarla) punta a trasformare la casa automobilistica di nicchia in un produttore di massa nel nascente mercato dei veicoli elettrici. I numeri sono ancora altalenanti: secondo le previsioni più recenti della compagnia, il tasso settimanale potrebbe raggiungere i 2.500 esemplari entro la fine di marzo e i 5.000 entro la fine di giugno. Ma che sia ormai l'auto più desiderata, almeno negli USA, è fuori discussione, basta notare l'assalto negli oltre cento showroom prima nella West Coast e nella Bay Area, poi nella East Coast.

Ma torniamo alla domanda iniziale: come mai la Tesla ha realizzato quello che tutti avevano sotto gli occhi ma che nessuno osava fare? È alquanto singolare che sia la casa automobilistica della Silicon Valley a lanciare “l’auto elettrica per tutti” bruciando in un paio di anni il vantaggio competitivo costruito da Ford in oltre 100 anni. Il vantaggio della Tesla è proprio nell’esser partita da zero. Non ha dovuto fare i conti con operai già addestrati, catene di montaggio già create o disegni di parti del motore da riutilizzare. Ha dovuto progettare tutto, dalla forma delle maniglie a quella degli specchietti (imposti dalla motorizzazione americana e che Elon voleva rimuovere poiché ritenuti anti estetici), al pianale.

Anche l’azienda stessa è stata progettata a “tabula rasa”. Nata in un garage, la Tesla ha formato il suo team un pezzo alla volta e ha trovato le risorse economiche in visionari venture capitalist. È stata una scommessa libera da vincoli di un mercato già esistente, di dipendenti già assunti, di una forza vendite già addestrata.

Musk ha fatto quello che fanno tutti gli imprenditori di startup. Ha individuato un mercato che non veniva innovato da 100 anni, si è accorto che era grande e ancora in buona parte da conquistare. Ha misurato una competizione abbastanza obsoleta e ha creato una “disruptive innovation”, cioè una innovazione distruttiva che ha cambiato tutte le regole del gioco.
La Testa è la prima auto elettrica pensata da zero e anche la prima azienda progettata da zero. È questo il suo vantaggio e il suo segreto.

Quella di Tesla è una lezione interessante del fare impresa. È una scommessa grande e vinta già da ora. Un caso di determinazione imprenditoriale. Basti vedere come il progetto fosse all’inizio in perdita e ricordare i commenti dei tantissimi che nel 2008 osservano con scetticismo il prototipo della Tesla Roadster scorrazzare per le strade di San Francisco e dicevano “è bella, ma non arriverà mai in produzione”. È un modello a cui si possono ispirare tanti innovatori e imprenditori di talento che, a metà del proprio percorso imprenditoriale, si chiedono se abbia senso andare avanti.

Ci sono tanti settori ancora da innovare. Magari dominati da grandi imprese, ma che attendono la prossima “disruptive innovation”. Pensa in grande! 


Paolo Tomassone

iPhone ha 10 anni: una rivoluzione che ha cambiato Apple e il mondo intero



È uno dei primi oggetti che prendiamo in mano appena svegli, uno degli ultimi che appoggiamo sul comodino prima di addormentarci. Sta in tasca o nella borsetta, ci accompagna in ufficio o nei negozi e ci fa entrare in banca a qualsiasi ora del giorno e della notte. È sempre connesso e ci tiene compagnia anche a pranzo e cena. È così rivoluzionario che ha cambiato il nostro modo di camminare, di relazionarci con gli amici e di scattare le foto.
Forse nemmeno il suo fondatore, dieci anni fa, immaginava la potenza di questo concentrato di tecnologia e innovazione. «Di tanto in tanto arriva un prodotto rivoluzionario che cambia tutto». Era il 9 gennaio 2007 quando dalla bocca di Steve Jobs uscì questa frase, pochi mesi prima della presentazione ufficiale dello smartphone Apple: «Un iPod, un telefono e uno strumento per navigare in internet. Avete capito? Non ci sono tre apparecchi diversi. Ce n’è uno solo».
Il 29 giugno 2007 l'iPhone è arrivato negli store. Ha cambiato le sorti dell’azienda di Cupertino, ha creato una nuova forma di economia ed è diventato parte della nostra vita come nessun altro oggetto tecnologico.

Un bilancio della rivoluzione in casa Apple arriva dal Computer History Museum di Mountain View in California, che ha recentemente inaugurato una mostra per raccontare la tecnologia, la storia e l'impatto sociale e commerciale dell'iPhone, a dieci anni dal lancio sul mercato.

Il telefono con quella “i” in più

Fino al 2005 oltre due miliardi di persone nel mondo possedevano un telefono cellulare. Ma già ci si era resi conto che il futuro sarebbe stato mobile. Quella “i” (di “internet”) preposta a “Phone” era la sintesi di questa ambizione: ripensare il telefono, mettere in tasca tutto il mondo, tenere a portata di pollice un software ricco di funzionalità.
Davvero iPhone è diventato un prodotto rivoluzionario, e gli esempi sono innumerevoli. Ha mandato, per esempio, in archivio non solo la macchina fotografica, ma anche il modo di fotografare e di realizzare video. Per numerose funzioni può sostituire in tutto e per tutto un computer. Per il tempo libero e per il lavoro. Ha aiutato gli studenti dei villaggi africani ad accedere alle risorse disponibili agli studenti di Stanford. E l'elenco potrebbe proseguire. Ma con l'iPhone la rivoluzione è iniziata anche in casa Apple.
Lo smartphone ideato da Jobs, infatti, ha trasformato il business di Apple, contribuendo per quasi due terzi al fatturato annuo. Cavalcando il successo di iPhone di vendite cumulate di oltre 1,2 miliardi di unità, il mercato è salito a 800 miliardi di dollari, rendendola l'azienda più ricca del mondo. Grazie alle “app” per iPhone lo store online di Apple ha catalizzato mille miliardi di dollari con più di tre miliardi di utenti.

Mostra dedicata alla rivoluzione dell'iPhone
all'ingresso del Computer History Museum
a Mountain View, California. Ph.Credit: CHM

“Creato da Apple in California. Assemblato in Cina”

Queste otto parole stampate sul retro di ogni iPhone rappresentano il complesso sistema globale di distribuzione di Apple. Da "iPhone City" di Foxconn in Cina a Samsung in Corea del Sud fino a Bosch in Germania, Apple gestisce oltre 200 fornitori che impiegano più di 1,6 milioni di persone in 20 paesi. Apple raccoglie una miriade di componenti per l'assemblaggio in Cina e consegna iPhone completati agli utenti di tutto il mondo. 

Nel corso del primo trimestre del 2017 la multinazionale di Cupertino ha stabilito il record, con 78 milioni di iPhone venduti. E i risultati economici non hanno tardato ad arrivare. Per acquistare in store un iPhone 7 da 32GB di memoria servono 649 dollari: il costo totale stimato è di 220 dollari per componenti e 5 dollari per il montaggio di base; il margine di profitto è intorno ai 425 dollari (60%). Una bella ricompensa per il design, il marchio e la complessa rete di fornitori e distributori in tutto il mondo.

Ma tra le pieghe del successo della multinazionale della Silicon Valley è nascosta anche la fortuna di aziende di svariati settori - Whatsapp, Uber e Spotify, per citarne alcune - che non sarebbero nemmeno nate senza lo sviluppo dello speciale smartphone negli ultimi dieci anni.

Buon compleanno iPhone

Paolo Tomassone


Pink Valley: donne che per realizzare i loro progetti hanno lasciato il posto fisso



Giovani, coraggiose, preparate. E imprenditrici. Lasciano il Paese d'origine per inseguire i loro sogni e per trasformarli in imprese che possano contribuire a rendere il mondo un posto migliore. Si dedicano anima e corpo al progetto, con l'obiettivo tra l'altro di creare opportunità di lavoro non solo per se stesse, ma anche per gli altri. Ad accomunarle sono esperienze internazionali che si traducono in un vero e proprio sconvolgimento e cambiamento di rotta per la loro vita e il loro futuro professionale.

È accaduto così a Larissa Kryuchkova, founder di Uvisio (uvisio.com). La sua azienda ha sviluppato una tecnologia che permette un controllo totale dell’esposizione solare, per evitare bruciature e quindi minimizzare il rischio di tumore alla pelle.

«Questa idea mi è venuta da un'esperienza diretta, avendo avuto io stessa un tumore alla pelle – spiega Larissa –. In quegli anni ho cominciato a studiare un modo che potesse evitare ad altri quello che era successo a me. Sono riuscita quindi a combinare questa mia brutta esperienza con le esperienze positive vissute progettando circuiti integrati. Da qui l'idea di sviluppare un dispositivo elettronico che permettesse di tenere sotto controllo l’esposizione solare». All’inizio, ci tiene a precisare la giovane ricercatrice russa, «non pensavo di sviluppare un’impresa, ma un dispositivo per fare qualcosa di buono per quelli che mi stavano più vicino». 

Inizia così a progettare il dispositivo, composto da una parte hardware e software, utilizza un algoritmo che consente di misurare il rischio in base alle caratteristiche specifiche delle pelli (diverse in ogni persona) di chi lo sta utilizzando. Poi la convinzione a dar vita a Uvisio, un’azienda con sede tra l'Olanda e la Germania, che ha come mission quella di aiutare tutte le persone del mondo. 

«Nel 2014 sono stata selezionata dal TVLP Institute in California – spiega ancora Larissa –. Ho avuto un feedback molto positivo» dagli imprenditori e dai mentor che mi hanno accompagnato nel corso del programma immersivo in imprenditorialità tecnologica. Molte persone erano interessate a questo prodotto e ho capito che avrei potuto creare un’impresa. Così sono tornata a Berlino e ho iniziato a lavorare su questo. Credo che il grande passaggio sia stato quando ho deciso di andare avanti, con un prodotto da portare sul mercato». E’ così che Larissa ha deciso di licenziarsi da un posto a tempo indeterminato a Zalando e seguire le sue passioni.

Larissa Kryuchkova, founder di Uvisio intervistata a Berlino

L'esperienza di Larissa è come una goccia d'acqua nell'Oceano se si considera che in Europa le donne sono solo il 13% dei fondatori di imprese (dati del Sole 24 Ore di marzo 2016). Sara Bonomi, italiana d'origine, non ha dato retta alle statistiche e ha accettato otto anni fa la sfida di trasferirsi all'estero. Per perfezionare la propria formazione vive in Francia, in Spagna e in Australia. Nel 2012 si trasferisce a San Francisco. Ma l'avventura comincia in salita. «Ho studiato in una buona business school europea e parlo diverse lingue, ma queste mie competenze qui non venivano riconosciute – racconta Sara –. Ho cominciato a partecipare a numerosi eventi per conoscere nuove persone, aumentare il mio network e trovare in quale impresa poter esprimere meglio le mie competenze». È un percorso lungo, che può richiedere un grande investimento di tempo.

Incamminata su quella strada, Sara incontra i fondatori (europei) di una hardware-startup che sviluppa stampanti 3D e che sono stati in grado di valorizzare i suoi studi e le sue competenze. Ora a Berlino guida un team per una grande compagnia americana sempre nel settore delle stampanti 3D. «In questo momento – spiega – credo che sia importante per me continuare a vivere all'estero per acquisire esperienza e crescere dal punto di vista professionale con diversi ruoli alla guida di un team. Non escludo la possibilità di tornare in Italia tra qualche anno per avviare eventualmente una mia attività».  

Contagiata dalla cultura imprenditoriale californiana – che mette al primo posto la contaminazione delle idee e la trasmissione delle esperienze – Sara assieme ad altre quattro donne ha fondato quattro anni fa il capitolo italiano di Girls in Tech (http://www.girlsintech.it).

Sara Bonomi: donne tra talento e tecnologia in un mercato del lavoro globale

Anche la storia di Nicoletta De Vincenzi, laureata in Italia con master in Marketing management e Business communication, è segnata da importanti esperienze professionali come in General Motors. «Un giorno mi sono decisa a inviare il curriculum a Google in Irlanda e proprio nella società di Mountain View ha inizio la mia esperienza professionale all'estero, proseguita poi con Facebook. Ho vissuto a Dublino per otto anni in ambienti estremamente innovativi e dinamici, all'interno di grandi realtà internazionali. Questo mi ha insegnato ad essere io stessa innovativa e a mettermi in gioco in modo diretto». 

Anche dalle esperienze in grandi aziende possono nascere nuove idee in chi sente il bisogno di migliorarsi continuamente, di sperimentare, innovare ed esporsi su nuovi mercati. E così Nicoletta, viaggiando da un Paese all'altro mentre è a capo di un team di 35 persone, si rende conto di un mercato quasi del tutto inesplorato, legato a esigenze molto concrete delle imprenditrici e degli imprenditori obbligati a lunghe trasferte di lavoro e quindi ostacolati ad accedere a servizi e centri per la cura e il benessere del proprio corpo. Nasce così l'idea di Glowreous (http://glowreous.com/), marketplace per esperienze Beauty, Lifestyle e Luxury Travel, spazzando via ogni dubbio sull'opportunità di abbandonare il posto fisso e la carriera in aziende prestigiose: «il nostro obiettivo era di risolvere questo “vuoto”, applicando le ultime tecnologie a servizi beauty e wellness».  Un'idea chiara, perfezionata al TVLP Institute (http://www.tvlp.co) negli Stati Uniti che, per dare maggiori opportunità a donne di talento come Larissa, Sara e Nicoletta, ogni anno mette a disposizione diverse borse di studio.

Nicoletta De Vincenzi: Ex manager Facebook fonda Glowreous a Redwood City

Ora Glowreous è una società basata in Silicon Valley con attività a Dublino, California e Roma. «Ci sono oltre 2 milioni di saloni di bellezza nel mondo, e solo negli Stati Uniti sono 1,1 milioni – spiega Nicoletta –. Noi abbiamo realizzato un'applicazione che consente di fare acquisti online e preonotazioni in tempo reale facilitando l'accesso via mobile a esperienze esclusive presso Luxury Hotel Spa, Saloni di Bellezza, Centri Wellness selezionati e inoltre l'acquisto di prodotti boutique e accessori lusso.

Quale consiglio darei a giovani imprenditori come me che vedono la strada in salita? Sicuramente quello di perseguire i propri desideri, innovando continuamente, senza stancarsi di imparare e sperimentare nuove opportunità».

Paolo Tomassone


Lavoro precario? No, lavoro creativo. Come cambia la professione dei Millennials



Laureati e trova un buon posto di lavoro così ti sistemi. Siamo cresciuti (parlo della mia generazione, quella dei nati tra i ’70 e gli ‘80) con i nostri genitori che ci dicevano in continuazione parole come queste. La loro è stata la generazione che aspirava al posto fisso e che ha passato (quasi sempre) una felice vita professionale all’interno di una sola organizzazione. Noi siamo la generazione dei laureati, dei master e dei dottorati. Alcuni sono ancora alla ricerca del posto fisso. Altri (spero la maggior parte) si saranno resi conto che il mondo del lavoro è diverso. Si cambia lavoro ogni 3 anni circa, spesso anche settore o nazione. L’euro e l’Europa unita hanno facilitato la mobilità soprattutto di coloro che sono super formati, come i dottorati. Spesso si inizia con un periodo all’estero per fare “un’esperienza” e si finisce col fare del mondo la propria casa. Da dove vieni? All’inizio dicevo dalla Puglia (noi Pugliesi non so perché diciamo il nome della nostra regione al posto della città di provenienza); dopo dall’Italia e ultimamente dall’Europa (spinto da un senso di aggregazione simile agli Stati Uniti d’America).

Ed è così che facilmente finiamo col fare un lavoro che i nostri genitori non capiscono cosa sia; e trasformiamo le regole del nuovo mondo in cui viviamo in un vantaggio per la nostra professione. Lo sanno bene in California dove la nuova generazione (i Millennials) odiano guidare e usano Uber e Lyft per gli spostamenti quotidiani. Dietro al volante di queste auto c’è gente di ogni estrazione sociale, che fa l’autista a pagamento anche solo per un paio di ore a settimana. Una sera l’autista che mi portava a una cena da Buck’s di Woodside mi disse che lui faceva tutti i giorni il “commute” (pendolare) da San Francisco a Cupertino e lungo la strada accendeva l’app di Lyft per prendere qualche passeggero, fare un guadagno extra e soprattutto conoscere gente nuova. Come lui sono in tanti a farlo. Potrei anche raccontare di esperienze in case affittate in Airbnb grazie alle quali ho conosciuto venture capitalist e imprenditori di successo che, forse per gioco o perché i soldi hanno comunque un valore, affittano una parte della casa (quella che chiamano la “in-law unit”, destinata ai suoceri in visita).

C’è poi chi si inventa i mestieri più strani o meglio, chi si crea il lavoro fiutando i cambiamenti in corso. E’ questo il caso dei co-host di Airbnb, esperti che aiutano coloro che hanno una camera o un appartamento “extra” ad affittarlo usando Airbnb, HomeAway e altri. Oppure chi ha fatto la sua fortuna come agenzia pubblicitaria su Google, Facebook, Pinterest e gli altri social. Abbiamo recentemente incontrato a Menlo Park il fondatore di Indiez (https://indiez.io), Nitesh Agrawal. E’ lui la mente dietro quello che definirei l’Airbnb degli sviluppatori. Il concetto è semplice: se sei un web designer, un developer di front-end o qualsiasi altra sia la tua specialità, nel tempo libero puoi ricevere piccoli lavori e far parte di un gruppo di persone che - sotto un coordinamento professionale - porta avanti un progetto. Ora, pensate a quanto possa essere accattivante questo gruppo di sviluppatori se il designer della nuova applicazione web lavora durante il giorno da Apple e il progettista che lo affianca disegnando il codice di back-end lavora per Google e la squadra è completata da un esperto cloud di Amazon! Si, fantastico. Questo è quello che fa la startup di Nitesh che in un anno ha aumentato di 12 volte il suo fatturato giunto ormai a milioni di dollari e che con oltre 400 ingegneri sviluppa per colossi come AT&T. Non molto lontano, sempre a San Francisco, c’è chi usa un concetto simile per rendere disponibili i giovani avvocati che lavorano per i famosi studi legali e permettergli di gestire, nei ritagli di tempo, qualche cliente extra. Alla base di questi progetti ci sono tecnologie e processi avanzati che mirano a creare professioni che fino a ieri non esistevano.

Nitesh Agrawal, fondatore e Ceo di Indiez.io intervistato a Menlo Park, California da Paolo Tomassone.

Anche il mondo dei creativi ha visto una immensa rivoluzione negli ultimi anni. I contenuti video sono esplosi su tutti i canali social e hanno creato la necessità di registi, attori, montatori, in grado di produrre video di alta qualità, super coinvolgenti, ma - al tempo stesso - brevi ed economici. Ho visitato a Lubiana in Slovenia un co-working i cui “abitanti” sono solo creativi, che lavorano autonomamente ma in maniera sinergica intorno a progetti comuni.

A cambiare è anche la concezione del luogo di lavoro. In tanti lavorano da casa o da un co-working (per sentirsi a volte meno soli o per cercare opportunità attraverso il contatto con gli altri). Bellissimo è “HanaHaus” – ex teatro in downtown Palo Alto ristrutturato dalla tedesca SAP – dove si paga la scrivania ad ore mentre il bar “Blue Bottle” riempie l’aria del profumo di caffè. Per i più spartani o con limitate risorse, c’è sempre Red Rock Cafe a Mountain View sulla Castro Street, oppure i classici Starbucks in ogni angolo della nazione, dove con $5 hai un caffè, un tavolo su cui lavorare e Internet gratuito. E’ così che il fondatore di BlueJeans (www.bluejeans.com), Krish Ramakrishnan, racconta di aver mosso i primi passi di quella che è oggi una startup che ha raccolto 175 milioni in 5 round di investimento.

Cambiano gli strumenti. In uno dei miei film preferiti, “La ricerca della felicità”, il protagonista fa del telefono il più importante mezzo lavorativo. Erano gli anni ’80 in America. Mentre in Italia il telemarketing persiste ancora, oggi i telefoni scompaiono dalle scrivanie (del resto come fare a telefonare in un open space) cedendo il posto a strumenti di comunicazione interna come Slack.com ed esterna come Mailchimp e i citati social media. Le riunioni diventano telefonate da fare con Zoom.us, Skype o Google Hangout organizzate preventivamente via email o Google Calendar. Il computer è la “scrivania” di molti e uno scanner (meglio se fronte retro) e un buon sistema cloud come Dropbox o Box.com sostituiscono pratiche, cartelline e archivi polverosi.

Il posto fisso dei nostri genitori? Forse non esiste più, ma chi ha creatività e voglia di fiutare il vento, può trovare tante opportunità. In fondo, che noia sarebbe alzarsi la mattina e fare sempre la stessa vita sognando il giorno della pensione.

Bruno Iafelice


Ph. Credit: Hanahaus Gensler

Blockchain: verso la democratizzazione delle informazioni



Un insieme di dati in continuo aumento, progettati per essere intrinsecamente resistenti alla manomissione. Così viene definito il Blockchain (in italiano letteralmente: catena di blocchi). Si tratta di una tecnologia nata per le transazioni in bitcoin, ma che è stata ispirazione per altre criptovalute e progetti di database distribuiti. In parole semplici, i blockchain permettono di garantire che un dato informatico, un quantitativo di bitcoin o piuttosto un documento, sia autentico.

Qualche settimana fa, alla sede di Texas Instruments a Sunnyvale in California, la IEEE society, nota in tutto il mondo come la più grande organizzazione di ingegneri dei sistemi elettronici, ha chiamato come speaker a un incontro sul blockchain, Mohan C., stimato scienziato indiano e Follower IBM (https://en.wikipedia.org/wiki/C._Mohan).

Mi è sembrato di rivivere la stessa atmosfera di otto anni prima. Era il 2009 ed ero nella sede della SUN Microsystem (dove oggi c’è Facebook essendo la SUN stata acquisita da Oracle e spostata in altra sede; ma questa è un’altra storia). Quella sera si parlava già di cloud computing mentre il resto del mondo a stento era riuscito a digerire la parola SAAS (Software as a service) e il suo significato. Non credo di sbagliarmi troppo in questa accommunanza. Come il cloud computing ha cambiato il modo di “funzionare” delle applicazioni per computer, così il blockchain cambierà il modo di “comunicare” tra queste applicazioni.

Mohan C. durante il suo discorso sui Blockchain alla sede della
Texas Instruments, Sunnyvale, California
I blockchain sono pacchetti d’informazioni che uniscono criptazione e meccanismi di autenticazione, e che possono essere ospitati in un sistema distribuito di macchine. In altre parole il dato, ad esempio un documento di 3 pagine, è presente su diversi computer; il blockchain è quel meccanismo in grado di garantire che quelle copie siano tutte identiche e di definire chi può leggere o modificare il documento. È una sorta di democratizzazione delle informazioni: non di proprietà di tutti ma presenti ovunque. Non a caso si parla di open blockchain.

Cosa aspettarsi da questa tecnologia? È difficile predire il futuro. Tuttavia qualche considerazione si può fare, ascoltando le voci che corrono da questa parte dell’Oceano Pacifico.
“Uniformità” è una delle parole-chiave. Uniformità delle informazioni con una grande capacità di scambio. In futuro il maggiore impatto a cui assisteremo sarà sui contratti, e non a caso è questo il termine più usato nel talk di Mohan C.

Tra le applicazioni più promettenti ci sono i documenti di viaggio per merci e per persone (autorità aeroportuali, treni, dogane) – un settore che conosce bene l’italiana Binary System fondata da Roberto Toscani (www.binarysystem.eu). Banche, documenti di identità, contratti legali e atti notarili saranno al centro di questa dirompente innovazione. Più in generale rientrano tutti i documenti in cui c’è una entità che emette, un utilizzatore e diverse autorità che devono validare a vario titolo.
Un esempio classico è il bonifico bancario: cioè un documento che regola lo scambio di soldi tra due persone, in cui sono coinvolte almeno due banche (trasmittente e destinataria) e varie autorità che garantiscono l’autenticità dell’operazione. Il blockchain trasformerebbe questa transazione in un pacchetto di dati condivisibile in Internet così che ogni persona/organizzazione coinvolta potrebbe in ogni momento verificarne l’autenticità (se è un ente verificatore) o leggere/scrivere se è una delle persone/organizzazioni autorizzate a manipolare tale documento. Si tratta di una sorta di catena di scatole che girano su una specie di sushi bar e chi è seduto al tavolo del bar può, se ha la chiave giusta, aprire una delle scatole per leggere o modificare il suo contenuto.

Mentre Mohan C. mostra una slide piena di loghi, mi torna in mente l’analogia con il cloud computing. Come allora, oggi per i blockchain ci sono organizzazioni di grandi dimensioni (banche, assicurazioni o negozi come Walmart) che osservano da vicino questa innovazione per non rischiare di restare indietro. Nel frattempo, poiché la storia si ripete sempre, startup cercano il successo scommettendo su la nuova tecnologia così come Box (www.box.com), Zendesk o Gusto hanno scommesso sul cloud mentre i grandi di allora restavano a guardare.
Mentre il talk arriva a conclusione, mi vengono in mente imprese e progetti che ho conosciuto recentemente sulla conservazione sicura dei documenti, la dematerializzazione dei processi sanitari o la stesura di documenti legali in forme più o meno automatizzate. Se io fossi in loro, darei una occhiata ai blockchain.

Bruno Iafelice

Nuova Tesla 3, ecco chi la costruisce: 5.000 operai e 500 robot che ballano in armonia



Il presidente di Tesla, Elon Musk, ha annunciato che la “Model 3” - l'auto elettrica più economica nella storia della casa californiana che verrà venduta a un prezzo base di 35 mila dollari - ha superato tutte le certificazioni per la produzione e la prima unità lascerà le catene di montaggio oggi, venerdì 7 luglio. Le consegne dei primi 30 esemplari scatteranno il 28 luglio. Una volta partita la produzione, Tesla punterà ad arrivare a 20.000 esemplari mensili per la fine dell'anno.

Jamis H. MacNiven, fondatore e gestore di Buck's, iconico ristorante a Woodside dove sono stati firmati alcuni dei contratti più importanti della Silicon Valley, ha raccontato la sua visita all'interno della fabbrica di Fremont in California, dove verrà prodotta quella che lo stesso Musk ha ribattezzato “SN1”, Serial Number 1. Una fabbrica «impressionate», espressione del «futuro che è già presente», dove i 5.000 operai e i 500 robot lavorano insieme, come se fossero dei ballerini.


«Suppongo che ci siano altre fabbriche imponenti come questa, ma non ne ho mai vista una simile prima d’ora - ha spiegato Jamis MacNiven -. Ci sono dalle 4 alle 5.000 persone che lavorano lì e oltre 500 robot stazionari: tutti interagiscono tra loro per costruire i due modelli in produzione». Qui in Silicon Valley i robot sono di casa e capita sempre più di frequente di incontrarli sulla propria strada: per sorvegliare i parcheggi di aziende private; per accogliere i clienti all’interno di negozi; all’ingresso di hotel e residence per accompagnare gli ospiti nelle stanze.

Uomo e robot possono interagire. I droni, per esempio, sono stati ideati per volare da soli telecomandati a distanza; esistono già startup che hanno realizzato prototipi di droni in grado di trasportare una persona. E i razzi? Sono nati per lanciare in orbita astronauti, ma stravaganti imprenditori hanno già pronto nel cassetto il progetto per realizzare speciali razzi-bus in grado di trasferire sui pianeti gruppi di turisti-spaziali. Vi rendete conto del traffico che ci sarà in cielo a breve?

Tesla è il futuro che s’incontra con il presente. Secondo il racconto di James, infatti, in catena di montaggio le mani degli operai s’intrecciano con i bracci meccanici senza opporsi tra loro, anzi in armonia, come i ballerini mentre danzano.

«Per trasferirci da un reparto all’altro della grande officina di Fremont abbiamo viaggiato su un tram. Quando sono uscite le prime auto, i cinque milioni di piedi quadrati dello stabilimento bastavano, ora che si lavora ininterrottamente e si punta a produrre fino a 500.000 auto all'anno, l’ampliamento della fabbrica è fondamentale e le proporzioni sono inimmaginabili».

Martin Eberhard e Marc Tarpenning con la prima tesla.
Ancora più sconvolgente, secondo Jamis MacNiven, è l’ordine e la pulizia all’interno della “casa” di Tesla: «nessun odore, niente polvere o macchie di grasso. Si potrebbe pure mangiare sul pavimento. Anzi, già ci mangiano, visto che la caffetteria è collocata proprio al centro della fabbrica, come una sorta di open space».

Il proprietario del ristorante Buck’s ha conosciuto personalmente, Martin Eberhard e Marc Tarpenning, due giovani ingegneri, che in un garage a Woodside, seguendo il loro sogno, hanno cominciato a pianificare la Tesla.

«Qui nella nostra città hanno fondato l'azienda, creato i prototipi e avuto i loro primi incontri con gli investitori facendo colazione da Buck's. Poi hanno cominciato la produzione delle auto a San Carlos, tra San Francisco e San Jose. All'inizio io li andavo a trovare col mio piccolo bus, prendevamo tutti i dipendenti e andavamo a bere qualcosa insieme». Ora l'azienda è veramente grande per il piccolo bus di Jamis.  «Elon Musk è arrivato dopo ma ha dato un eccezionale contributo portando con se investitori e sostenitori. Ha reso la Tesla un'azienda celebre e di successo. Ma tutto è iniziato da questi giovani ingegneri che avevano un sogno: quello di cambiare il mondo». E ci sono riusciti.

Questa è la versione italiana dell'articolo pubblicato su TVLP e da Jamis MacNiven.

Colazione da Buck’s: uova, caffè e una buona fetta di cultura della Silicon Valley

«E’ come Facebook, però qui i volti sono reali e ci si guarda tutti in faccia, da un tavolo a un altro della sala». Questa è una delle tante definizioni che l’eccentrico Jamis MacNiven utilizza per descrivere Buck’s, il locale di Woodside che svolge un po’ la stessa funzione del social network più famoso al mondo: far conoscere nuove persone, favorire relazioni, ma anche - e soprattutto - creare le condizioni per sottoscrivere accordi imprenditoriali.

La prima volta che entrai c’era un anziano signore in uno dei tavoli vicino alle grandi vetrate. Era insieme a due signore, una probabilmente la moglie e l’altra la figlia. Il suo volto mi sembrava familiare e mentre, vedendomi osservare, mi porgeva un saluto, mi resi conto che era Doug Engelbart, ricercatore e imprenditore noto per aver inventato il mouse per computer. Da allora non smisi mai di visitare il locale di Jamis.

Jamis MacNiven, fondatore di Buck's intervistato nel suo ristorante in California

Il ristorante a ovest da Palo Alto, a due passi dall’autostrada 280 e dalle colline che sormontano la Silicon Valley, è lontano dalle principali startup della California. Ma è a meno di quattro miglia dalla Sand Hill Road, dove hanno gli uffici i venture capitalist più influenti del mondo. Ecco perché negli anni Buck’s è diventato un punto di riferimento per chi opera nella valle. Tanto che lo stesso Jamis MacNiven è stato testimone di alcuni degli appuntamenti “monumentali” della storia della tecnologia: dai fax ai primi telefoni mobili, dall’incorporazione di Hotmail alla nascita di alcuni noti social media.

La svolta storica è avvenuta nei primi anni 90. «Nel 1995 saranno entrate nel mio ristorante almeno 150 troupe televisive - spiega MacNiven in una intervista -. Era l’anno in cui venne lanciato Netscape, il browser che ha cambiato tutto. Abbiamo avuto la fortuna di essere il luogo dove avvenivano i primi incontri, quelli fondamentali tra gli ingegneri  informatici e i venture capitalist. Era molto eccitante, perché almeno una volta nella vita a tutti sarà capitato di accedere a Internet attraverso questo browser». Quella di Netscape stata solo una delle invenzioni più rivoluzionarie tenute a battesimo sorseggiando un caffè o consumando il breakfast con le fantastiche “eggs benedict”. Jamis ci mostra i tavoli su cui per esempio è stato firmato l’accordo per PayPal dicendo «qui Elon Musk ha fatto uno dei primi “pit stop” della sua brillante carriera di imprenditore».

All’ingresso, ad accogliere i clienti, c’è la Statua della Libertà con un cono gelato in mano; un enorme dirigibile Zeppelin “sorveglia” i movimenti tra i tavoli dove vengono servite “omelette” ed “eggs with bacon” a colazione, “burger” e “salad” a pranzo e steak per cena; un prototipo di IDEO corona una parete mentre fette di silicio e prototipi vari sono un po’ ovunque, anche in bagno. Appesi al soffitto gli stivali da cowboy illuminano il locale e in ogni angolo una foto, un quadro, un ritaglio di giornale o anche solo una dedica immortalano i “pasti storici” serviti in un secolo di storia.

Buck’s è un luogo affascinante e il cibo è buono. Ma non è solo questo. Un osservatore attento da Buck’s può capire una buona fetta della cultura della Silicon Valley, fatta di relazioni tra persone, di informalità e di continuo lavoro. Le opportunità sono ovunque, le persone sono curiose e disponibili ad ascoltare gli altri, almeno una volta. Uno sguardo o una parola ed è facile avviare una conversazione. Il locale di Jamis è famoso ma mantiene uno stile semplice, diremmo “alla mano”; riflette l’informalità è proprio di casa: dei suoi frequentatori sono, interessati alla tecnologia e a creare la prossima “big thing” (la nuova Google o Tesla) e piuttosto distratti in tema di moda.

Il proprietario di Buck’s tende a minimizzare («siamo solo un ristorante, diamo solo da mangiare»), ma conosce a memoria i tavoli in cui si sono seduti i più famosi inventori della Silicon Valley.

Se siete di passaggio mentre inseguite il vostro sogno in Silicon Valley, scriveteci. Saremo felici di portarvi da Buck’s per una tazza di caffè e per raccontarvi come questa valle continua a creare il futuro tecnologico del mondo.

Bruno Iafelice e Paolo Tomassone

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