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Google, Apple e la sfida della tecnologia nelle scuole



A pensarci bene, è abbastanza incredibile pensare che in Italia si dibatta ancora sull'opportunità o meno di inserire le nuove tecnologie (che poi "nuove" non sono più tanto) come strumenti in dotazione ordinaria a ragazzi e insegnanti. A dimostrazione della difficoltà di questo Paese - a partire dalle sue strutture "primarie", le scuole nello specifico - ad accettare il fatto di essere entrati da quasi 20 anni nel terzo millennio.

Intanto qualsiasi attività compiano oggi i giovani, utilizzano contemporaneamente anche lo smartphone. È entrato talmente a far parte della loro vita, come elemento simbolico e caratterizzante la loro cultura, che spesso è indicato come «un’estensione corporea» (così lo hanno definito nel 2003 gli studiosi Oksman & Rautianen) o «una seconda pelle» (il docente alla Cattolica di Milano, Piercesare Rivoltella, nel 2009), è percepito come essenziale, e, una volta avutane esperienza, è difficile rinunciarvi.
Secondo un rapporto americano (Smith A., Raine L., Zickuhr K., College studens and technology, The Pew Research Center's Internet and American Life Project), già nel 2011 possedevano uno smartphone quasi tutti (96%) gli studenti di college non ancora laureati (18-22 anni) e anche tra i loro coetanei non iscritti alla scuola la percentuale ammontava all'89%. Il trend in crescita negli anni successivi ha convinto sempre più studiosi a definire i giovani di questa generazione “hyperconnected”.

Certamente l’utilizzo degli smartphone ha portato a un ampliamento straordinario delle possibilità di comunicazione e rappresenta un'importante opportunità d'apprendimento, stimolando la curiosità dei ragazzi e potenziandone la capacità di esplorazione e comprensione. Basti pensare all'effetto dirompente dell'iPhone sulle persone. A dieci anni dalla sua diffusione sul mercato - come avevamo già scritto in occasione dell'anniversario in casa Apple - ci rendiamo conto di come abbia persino cambiato il nostro modo di camminare, di relazionarci con gli amici, di scattare le foto, di effettuare i pagamenti, di leggere e di consultare le notizie.

Tuttavia, l’utilizzo dello smartphone senza adeguate cautele espone i più giovani a diversi rischi.
Uno studio condotto da Nokia (uno tra i più grandi produttori al mondo), ha per esempio rilevato che i giovani controllano il loro telefono in media 150 volte al giorno, il che vuol dire 150 distrazioni al giorno da ciò che stanno facendo (Ahonen T., “Average person looks at his phone 150 times per day. Zit. Nach”).

In Italia si cominciano a prendere le prime misure di questo fenomeno. Nei giorni scorsi abbiamo letto la notizia del nuovo regolamento scolastico entrato in vigore all'Istituto tecnico industriale di Biella, che prevede i “lavori forzati” per chi usa lo smartphone in classe: prima i telefonini venivano solo requisiti in attesa di essere riconsegnati a genitori, ma la lezione evidentemente non è bastata; ora gli allievi che vengono presi in flagrante mentre chattano o navigano sul web, vengono spediti a pulire i corridoi e a riordinare documenti.

Non è certo nostra intenzione demonizzare cyberspazio, media digitali e tecnologia in generale,
ben sapendo che, come in medicina, è la dose che fa il veleno. Piuttosto vogliamo evidenziare affianco alle tante buone prassi che stanno nascendo, come i corsi di formazione per insegnanti ed educatori, l'apertura di questo settore all'adozione di nuove tecnologie. Non a caso il popolo della scuola è formato da persone che per loro natura sono pronti ad abbracciare tutto ciò che è innovativo. Sono quelli che in Silicon Valley chiameremmo "early adopter".

In Italia tante scuole sono riuscite a intercettare i fondi pubblici per rendere i proprio locali sempre più smart. Abbiamo sentito, per esempio, l'istituto economico “Gaetano Salvemini” di Bologna: edificio completamente cablato con fibra, 200 computer in rete tra loro, aule dotate di Lavagne interattive multimediali (Lim) e altri strumenti tecnologici, stanze (o parti di aule) attrezzate per agevolare l'utilizzo di propri strumenti informatici a seconda delle attività che vengono richieste.
Romano Stefani, docente di Informatica e animatore digitale dell'Istituto Salvemini, li chiama «setting ambientali»: quei luoghi costruiti per coniugare «tecnologia e relazioni personali», ma anche «acquisizione di conoscenze e creazione di un metodo di lavoro».

Singolare è l'approccio delle multinazionali tecnologiche da anni entrate nelle aule non attraverso i "crediti del ministero" ma coinvolgendo direttamente i singoli docenti. Apple, per esempio, offre sconti per l'acquisto di computer o altri device; strumenti tecnologici che gli studenti oggi utilizzano in classe per le attività didattiche e, in futuro, quando avranno 20 e 30 anni e saranno nel momento clou del loro potere d'acquisto, magari sceglieranno per il proprio lavoro o il tempo libero. L'azienda di Mountain View, dal canto suo, rende disponibile gratuitamente la Google Apps for Education che gli studenti si abituano ad utilizzare sui banchi di scuole, dotando le scuole stesse a costo zero di una importante infrastruttura cloud.

Al Salvemini di Bologna, dove hanno iniziato a lavorare a questi progetti da cinque o sei anni, la tecnologia non è un “attore solitario”. «Gli strumenti sono importanti, ma non sono isolati dal resto – spiega Stefani che oltre all'insegnamento in classe propone corsi di formazione rivolti ai colleghi insegnanti e al personale della scuola –. A noi preme che, anche attraverso i computer, gli smartphone o gli altri prodotti tecnologici, i giovani acquisiscano le competenze necessarie per il problem solving», che significa «procedere per piccoli errori, migliorare attraverso nuovi tentativi». E in questo quadro l'insegnante diventa un «mediatore tra tecnologia, sapere e modo di recepire». E in questa prospettiva sono state sviluppate le piattaforme di e-learnig, le attività per programmare nuove applicazioni, la manutenzione della rete dell'istituto fatta dagli studenti durante il periodo estivo. L'importante, ci tiene a sottolineare il docente bolognese, è che diventi un «percorso di partecipazione», in cui tutti si devono sentire corresponsabili, studenti e insegnanti, scuola ed extra-scuola.

Sì, perché prima ancora dell'obbligo introdotto dall'ultimo governo, qui l'alternanza scuola-lavoro è di casa da molto tempo. È evidente che lo studente troverà una discrepanza tra quello che ha appreso in classe e quanto gli verrà richiesto durante lo stage in studi professionali, aziende o enti pubblici.
Fuori dai confini italiani, in diverse nazioni del nord Europa e nei paesi anglosassoni è una prassi per gli studenti trascorrere la pausa estiva in una "internship" - anzi già dalla fine dell'inverno inizia una sorta di caccia per gli studenti per ottenere un posto nelle più famose aziende del loro settore di studi. Google ad esempio offre fino a 7.000 dollari al mese ai suoi stagisti estivi ("intern" in inglese) oltre a un pacchetto di "benefit", come il parrucchiere o il maggiordomo personale da far invidia ai manager più importanti.

Tornando nel Bel Paese, attraverso i laboratori e altre attività a scuola, gli studenti perfezionano le proprie competenze e ne acquisiscono altre come le conoscenze sui Big Data e l'utilizzo di analisi statistica per il web marketing.  «I giovani di oggi hanno già competenze di base sugli strumenti tecnologici, ma spesso non sanno come utilizzarle all'interno del processo creativo. Noi insegnanti – prosegue Stefani – siamo impegnati ad aiutare gli studenti a sviluppare una mente creativa e acquisire un approccio di tipo "problem solving"».

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