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La Contea di Santa Clara e TVLP Institute promuovono borse di studio per giovani imprenditori di Firenze

Tempo fino al 24 giugno per candidarsi per un programma di immersione in Silicon Valley




La culla del Rinascimento e il cuore dell'innovazione tecnologica sono alleate per sostenere i giovani che vogliono trasformare un talento in un'impresa, un'idea innovativa in un progetto imprenditoriale di successo, seguendo le orme degli uomini d'affari, degli imprenditori seriali e dei venture capitalist della Silicon Valley che, valutando ogni giorno migliaia di progetti di imprese, accompagnano gli innovatori nella propria scalata.

Per questo la Contea di Santa Clara, gemellata con la Città Metropolitana di Firenze, e il TVLP Institute, l'istituto californiano che forma futuri imprenditori provenienti da oltre trenta Paesi del mondo e che ha creato una community di centinaia di innovatori, promuovono borse di studio per partecipare a un programma di sviluppo economico che si svolgerà la prossima estate in Silicon Valley.

Il bando della Contea di Santa Clara prevede l'assegnazione di borse di studio riservate a candidati che abbiano compiuto 21 anni, che da almeno 6 mesi siano residenti nella città metropolitana di Firenze o iscritti ad una università locale, che dimostrino la volontà di partecipare a un programma immersivo di formazione imprenditoriale nella patria dell'imprenditorialità, dove neolaureati hanno mosso i primi passi dentro le mura di un garage prima di dare vita a nuove avventure imprenditoriali e dove hanno sede tra le più note multinazionali del settore tecnologico, come Google, e-Bay, Amazon, Apple e tante altre.

Ai candidati che otterranno il finanziamento dalla Contea di Santa Clara, TVLP Institute offrirà a sua volta un'ulteriore borsa di studio per un totale di 2.000 dollari. Ma non solo, ad accogliere gli aspiranti imprenditori ci sarà anche la comunità della Contea di Santa Clara che annovera imprenditori e investitori di fama mondiale.

I giovani imprenditori della provincia di Firenze come primo passo devono candidarsi entro il 24 giugno facendo domanda di partecipazione sul sito www.tvlp.co e – all’interno della domanda – indicando l’interesse per la “Florentine Grant”.

Per maggiori informazioni si può scrivere a admissions@tvlp.co

In Silicon Valley nasce il programma a sostegno delle università




Gli universitari sono i professionisti e i leader del futuro, che influenzeranno aziende e interi comparti industriali. Ma un titolo di studio non basta per avere successo nel mondo del lavoro. Quella che sembra un'ovvietà, ha portato alcuni atenei negli Stati Uniti e in altri continenti a mettere in piedi progetti rivolti specificamente ai laureandi che hanno intenzione di fondare una startup o sognano di avere un'impresa propria. Con l'obiettivo di trasferire loro non solo le nozioni scientifiche per ottenere il titolo di studio, ma anche le conoscenze di imprenditorialità, di creatività e di design thinking.
Un concetto che comincia a entrare nel linguaggio di alcune università italiane che si stanno convincendo a creare più opportunità per i propri studenti, per prepararli al mondo del lavoro e assorbire la cultura imprenditoriale Oltreoceano.

Esperienze di successo sono già state fatte, per esempio, dall’università di Bologna che da tre anni, attraverso l’UNIBO Launch Pad, manda i suoi migliori ricercatori negli Stati Uniti per capire come trasformare un’idea in impresa. Una sfida raccolta anche da Ferrara, che ogni anno assegna una borsa a uno dei migliori dottorandi  con un progetto imprenditoriale, per confrontarsi con mentors e imprenditori seriali in Silicon Valley, la culla dell'imprenditorialità, dove startup nate in un garage sono cresciute fino a diventare multinazionali.

«Qui ho potuto migliorare e accrescere le mie capacità di comunicazione, per riuscire a presentare nel miglior modo possibile la mia azienda e i miei progetti. Inoltre ho imparato che per ogni problema ci può essere sempre una soluzione» spiega Lorenzo Zuolo, ingegnere, co-fondatore di SSDVision.


Ricercatori dell'Università di Pisa insieme a Dr. Fred Cohen, inventore del primo virus
informatico e investitore della Silicon Valley.

Da Pisa, invece, sono cinque i giovani ricercatori volati negli USA per partecipare al programma express del TVLP Institute di Palo Alto. Uno di loro è Gianluca Biggi, che ha ottenuto il premio sull'innovazione Best Idea Award 2017, al termine del dottorato su un sistema di valuta complementare chiamato pagoinlire.it

«La parte che mi ha colpito di più di questo corso - spiega Gianluca - è stato senz'altro il conoscere tutti gli attori che fanno parte dell'ecosistema della Silicon Valley, quindi gli investitori e tutti i soggetti che ruotano attorno al mondo delle startup. E' stata una sorpresa assoluta, non mi sarei mai aspettato che potesse esserci così tanto fermento in questa zona. Mai avrei immaginato di trovare una realtà così dinamica, avanti e così sviluppata soprattutto per il supporto che viene dato ai giovani che iniziano una carriera imprenditoriale».

L'esperienza californiana per Elisa Ferrari e Pietro Carra, co-fondatori di Smart Video Sourveillance, è stata senza dubbio l'occasione per mettersi alla prova come futuri imprenditori e, in particolare, per esporre il proprio progetto di videosorveglianza intelligente al giudizio di investitori, imprenditori ed esperti in ambito tecnologico. «Siamo venuti qui - spiegano Elisa e Pietro - per imparare meglio come organizzare il nostro progetto e come saperlo vendere a livello internazionale. Siamo rimasti molto colpiti da questa esperienza soprattutto per le sessioni di networking». Fondamentale, durante il TVLPx, il mentoring con imprenditori seriali e venture capitalist: «ci hanno fornito numerosi spunti su come cambiare l'idea del prodotto, facendoci capire cose che noi davamo per scontate ma non lo erano».

«Questo corso è stato particolarmente affascinante. E' stata un'esperienza che ha aperto la mia mente e il modo di vedere le cose» ricorda Anita Nari, fondatore di Cooking for Art, precisando di essere entrata in contatto con «una realtà profondamente diversa da quella che viviamo in Italia. Qui abbiamo un approccio completamente diverso nell'affrontare le startup e la vita lavorativa. Tutte le cose che in Italia potrebbero diventare difficili, in Silicon Valley diventano molto più facili».

Dello stesso parere anche Virginia Bacchereti, fondatore di Alien Ice Care, azienda che realizza dispositivi medici per la terapia del freddo. «Abbiamo imparato molte nozioni tecniche su come portare avanti in maniera vittoriosa il nostro business. Ma quello che mi ha colpito di più è stata l'impostazione mentale che si ha qui in Silicon Valley, che è molto veloce e meritocratica».

«Mi aspettavo anche all'apparenza una vita molto frenetica e un contesto ambientale molto più frenetico - prosegue Virginia -. In realtà ho trovato una velocità nel cercare e nel portare a conclusione gli affari, ma allo stesso tempo ho trovato persone, imprenditori, venture capitalist e business angels molto disposti a parlare con chi ha realtà più piccole e molto disponibili a fare una chiacchierata tranquilla».

Dall'esperienza con le università californiane TVLP Institute ha deciso di lanciare l'University Entrepreneurship Program, con lo scopo di formare ogni studente ad essere leader e, una volta terminata l'esperienza in Silicon Valley, a motivare altri studenti e ricercatori, promuovendo eventi, campus, sfide tra imprenditori, o creando spazi e organizzazioni gestite dagli stessi studenti. I partecipanti entreranno così a far parte di una straordinaria rete globale e trarranno numerosi vantaggi personali dalle capacità di leadership e dal know-how per lo sviluppo del venture development.



Il servizio di Askanews sul lancio dell'University Entrepreneurship Program





Los Altos California - Intervista a Gianluca Biggi, founder Pagoinlire.it



Los Altos California - Intervista a Pietro Carra e Elisa Ferrari, co-founders Smart Video Sourveillance


Los Altos California - Intervista a Anita Nari, founder Cooking for Art


Los Altos California - intervista a Virginia Bacchereti, founder Alien Ice Care



Con i nanosatelliti nuove opportunità commerciali nello spazio



«La crescita esponenziale della domanda di lancio di nanosatelliti è solo l’inizio di una nuova era di opportunità commerciali per l’industria spaziale». Così Luca Rossettini, amministratore delegato di D-Orbit, azienda italiana fornitrice di servizi per l’industria spaziale, ha salutato il nuovo contratto firmato con Arianespace, la multinazionale francese specializzata nel lancio di satelliti attraverso i razzi Ariane, Soyuz e Vega, per un innovativo servizio di lancio e rilascio di CubeSat, attraverso il lancio di Ion CubeSat Carrier sul lanciatore Vega.

Ion CubeSat Carrier, una piattaforma satellitare prodotta e operata da D-Orbit, sarà lanciata su Vega nel 2019 dallo spazioporto Europeo di Kourou nella Guyana Francese. Il CubeSat Carrier ospiterà al suo interno un gruppo di nanosatelliti da rilasciare in orbita.
InOrbit Now, come hanno spiegato i firmatari dell'accordo nel corso di una conferenza stampa, è un rivoluzionario servizio di lancio e rilascio di piccoli satelliti capace di trasportare un gruppo di CubeSat nello spazio all’interno di Ion CubeSat Carrier e rilasciarli uno per volta, ciascuno in uno slot orbitale indipendente, con precisione e una velocità di spin molto bassa.
Questa modalità di rilascio riduce in modo significativo il tempo di sincronizzazione orbitale dei satelliti, garantendo una distribuzione accurata anche nel caso di veicoli privi di propulsione propria.
Il contratto di lancio copre un numero variabile di CubeSat, per una massa complessiva di circa 100kg.

Una volta separato da Vega e posizionato in un’orbita eliosincrona di 500 km di altitudine, Ion CubeSat Carrier inizierà a rilasciare i CubeSat contenuti al proprio interno uno per volta, posizionando ciascuno di essi in una precisa posizione orbitale. Dopo aver completato questa fase, Ion CubeSat Carrier inizierà a operare esperimenti integrati direttamente sulla piattaforma.

Vega Proof of Concept flight è la prima missione del programma Small Spacecraft Mission Service, un programma intrapreso da Esa, l’Agenzia Spaziale Europea, nel 2016 in collaborazione con la Commissione europea. L’obiettivo di questo programma è stimolare il promettente mercato dei piccoli satelliti con un sistema che permetta la condivisione del costo di lancio su Vega.
Vega è parte della famiglia di razzi vettori di Arianespace, assieme ad Ariane 5 e a Soyuz. Avio, un’azienda Italiana, è il principale appaltatore di Vega.

«Siamo orgogliosi di collaborare con Arianespace per la prima missione InOrbit NOW - ha spiegato La crescita esponenziale della domanda di lancio di nanosatelliti è solo l’inizio di una nuova era di opportunità commerciali per l’industria spaziale. Ion CubeSat Carrier è il primo deployer free-flyer di CubeSat che espande il servizio di lancio con un posizionamento preciso e rapido di piccoli satelliti, ed è anche la piattaforma ideale per esperimenti di in orbit demonstration e in orbit validation. I piccoli satelliti stanno creando una convergenza tra tecnologia innovativa, tradizione industriale, e opportunità commerciali: la collaborazione tra D-Orbit e Arianespace permetterà un ulteriore sviluppo di questa convergenza».
Rossettini -.

«Siamo onorati che D-Orbit ci abbia scelti per lanciare InOrbit CubeSat Carrier su Vega nel contesto dello Small Spacecraft Mission Service Proof of Concept flight – ha aggiunto l'amministratore delegato di Arianespace, Stephane Israël -. È la prima collaborazione tra le nostre aziende, e siamo intenzionati a premiare la loro fiducia nei nostri confronti. Arianespace è orgogliosa di offrire soluzioni di lancio innovative per il mercato in crescita dei piccoli satelliti che stimolino il successo di operatori di CubeSat e dimostratori di tecnologia. Vega è il veicolo giusto al momento giusto per questo settore».

Aumenti di capitale non proporzionali a servizio del Venture Capital


Quando due innamorati sono sul punto di compiere il grande passo verso il matrimonio, cominciano a immaginare il proprio futuro insieme e a studiare in che modo la nuova famiglia possa crescere unita, nel rispetto delle differenze reciproche, valorizzando le peculiarità di ciascuno. Se mettiamo da parte per un attimo i sentimenti, possiamo considerare che - allo stesso modo - un imprenditore ed un investitore che si apprestano a percorrere un’avventura insieme, con l’obiettivo di lanciare sul mercato un nuovo progetto o un business innovativo devono avere determinate accortezze. L’investimento di un angel o di un VC (“venture capitalist”) in una impresa è come un matrimonio! 

In Italia, solitamente, quando un investitore sceglie di investire una parte del proprio denaro in una società, riceve in cambio una partecipazione proporzionale alla ricchezza che ha investito. Si tratta di quote che vengono stabilite in accordo con i soci fondatori.
Ad esempio Angelo investe 400.000 euro in NewTech srl che ha un capitale sociale di 100.000 euro. Al termine dell’investimento Angelo avrà l’80% di NewTech il cui capitale sociale sarà di 500.000 euro.

Un approccio del genere considera solo il denaro. Non tiene conto di altri fattori che potrebbero portare a una valutazione dell’azienda ben più alta del suo capitale sociale o di un coefficiente moltiplicativo applicato al suo fatturato. Infatti, quando si è davanti ad una impresa ad alto contenuto tecnologico il vero “valore “ è da un’altra parte. È fatto di know-how dei suoi soci fondatori (non sempre tradotto in brevetti), di primi clienti acquisiti, di vantaggi competitivi come esser stati i primi ad immettere un prodotto sul mercato. Le logiche del capitale sociale e del fatturato non sono propriamente attinenti in questo settore. Allo stesso tempo, chi investe spesso non apporta soli “soldi” (in Silicon Valley si parla di smart-money) ma anche di competenze, connessioni o reputazione. 

Esistono, pertanto, altri modelli, che possono proporsi in questi casi e che valutano l’impegno economico del Venture Capitalist come “una” delle ricchezze, alla quale vanno aggiunte: le competenze acquisite negli anni dai fondatori, il lavoro svolto, l’esperienza maturata o semplicemente il brand che ha già acquisito un proprio valore nel tempo. Una società appena costituita che vanta tra i propri soci fondatori Elon Musk varrà di più di una società costituita nello stesso momento da una persona comune.

In questa ipotesi – è il caso delle imprese tecnologiche che devono scalare sul mercato il più rapidamente possibile – i soci non si uniscono “alla pari”, ma si può ricorrere all’aumento del capitale sociale non proporzionale. In altri termini, il socio di capitali che investe in una società si vede attribuire una partecipazione al capitale sociale “inferiore” rispetto a quanto gli spetterebbe in proporzione alla ricchezza investita, in modo da compensare il valore di altri asset dell’impresa. 

In questa guida, per semplicità consideriamo il caso dell’investimento che viene imputato per intero a capitale sociale. Se si volesse, invece, imputare una parte a working capital sarà necessaria la previsione di un sovrapprezzo.

Ad esempio Angelo investe 400.000 euro in NewTech srl che ha un capitale sociale di 100.000 euro e si accorda con i soci fondatori che il valore della società è di 1,6 milioni di euro (pre-money valuation). Al termine dell’investimento, Angelo avrà il 20% (e non l’80%) di NewTech il cui capitale sociale sarà di 500.000 euro e il cui valore sarà di 2 milioni di euro (post-money valuation).

Tale operazione, se preparata con accuratezza, consente di bilanciare tutte le “ricchezze” in campo e assicurare un futuro prosperoso e senza sorprese.  

Come si traduce in termini legali questo aumento di capitale sociale non proporzionale? Quali sono i passaggi che un imprenditore deve seguire?


Passo 1 - Occorre prima di tutto inserire una clausola nello statuto della società che consente di

aumentare in maniera non proporzionale il proprio capitale sociale. Tale passaggio non e’ necessario se tutti i soci sono d’accordo alla descritta operazione di aumento. A seguire, sarà l'assemblea dei soci a deliberare l'aumento non proporzionale. Entrambe le operazioni possono farsi con un unico atto notarile. 

Negli Stati Uniti, dove la cultura del Venture Capital è nata e si è consolidata e chi ha delle ricchezze frequentemente investe in startup o aziende giovani ma promettenti – a fronte di siffatta operazione di investimento, è frequente che l’investitore voglia riservarsi determinati diritti per tutelarsi da eventuali “colpi di testa” dei fondatori: il cambio di amministratore (CEO, CTO etc.), il “veto” su decisioni di particolare importanza per la società: ad esempio l'ammontare dello stipendio agli amministratori, l'autorizzazione su alcune spese superiori a determinati importi, le modifiche rispetto al piano di sviluppo presentato, l'ingresso di nuovi soci nell'azionariato. In altre parole, i soldi investiti devono essere utilizzati in maniera coerente con il progetto presentato all’investitore e in base al quale quest’ultimo ha deciso di fare l’investimento. Niente acquisto di abiti firmati o di macchine di lusso da parte dei fondatori, né poltrone di pelle nella sala riunioni, i soldi investiti servono per far crescere l’azienda! Così come non si passa dal fare biosensori al progetto di una nuova bibita energetica.

Passo 2 - Per tali motivi è consigliabile che una siffatta operazione di investimento sia accompagnata dall’inserimento - nello Statuto di una società a responsabilità limitata - di così detti “diritti particolari” a favore dell’investitore. In Italia, tali diritti sono personali, intrasmissibili e modificabili all’unanimità e possono essere variamente configurati, costituendo uno strumento estremamente flessibile e  modulabile in base alle esigenze dei soci fondatori e degli investitori. 

Una società, per avere successo e scalare, deve passare attraverso diverse fasi. L’operazione di investimento è una fase particolarmente delicata, perché può essere decisiva per le sorti dell’impresa. Occorre configurare l’investimento in modo da “bilanciare” le esigenze di tutti gli attori in campo: quelle dell'investitore, che deve non solo selezionare un team e un progetto promettente e potenzialmente scalabile, ma deve essere messo in condizione di usufruire di tutti gli strumenti idonei per evitare brutte sorprese; quelle dell'imprenditore che – per la crescita ed il futuro della propria azienda – ha bisogno, da un lato, di iniettare al suo interno nuovi capitali di investimento e dall’altro, di non vedersi imprigionato da condizioni sbilanciate che potrebbero, nel lungo termine, vanificare i sacrifici fatti. 
Dare un diritto di veto all’investitore sulla scelta di nuovi investitori potrà, ad esempio, imprigionare l’azienda e creare gravi danni nel momento in cui saranno necessari nuovi capitali. Viceversa una clausola di prelazione potrà dare precedenza all’investitore attuale durante un nuovo round di investimento e tutelare il suo diritto a non vedere diluito l’investimento fatto. 

L’operazione di investimento è un intervento tanto delicato quanto importante per la crescita e, a volte, per la sopravvivenza di una impresa. Fondamentale è avere una visione ampia che tenga in considerazione il bilanciamento degli interessi di tutti gli attori e i vari scenari che si andranno a creare negli anni successivi. 

Il ruolo del professionista è quello di condividere la sua esperienza, sviluppata lavorando con diverse imprese, affiancando i soci fondatori e gli investitori. Sarebbe quindi preferibile affidarsi a dei professionisti che hanno già lavorato in una determinata industria e ne conoscono le caratteristiche peculiari. Ad esempio la quantità di capitali e la durata del processo di ricerca e sviluppo in una impresa che sviluppa un nuovo farmaco (e che dovrà fare studi in vitro, in vivo, “FDA approval” etc.) è diversa da quella che sta creano una nuova applicazione cloud computing.

In Italia queste operazioni societarie sono eseguite dal Notaio che, oltre a realizzare tecnicamente l’operazione di investimento, è terzo garante in grado di trovare un equilibrio tra contrapposti interessi. Poiché, come tutti i matrimoni, il momento della firma è quello più bello, ma se l’intesa è vera lo si potrà scoprire solo camminando insieme.


Antonietta Demaio, PhD, Notaio
notaio@demaio.co

Ha vissuto tra l’Italia e la Silicon Valley, crede nella imprenditorialità come un potente strumento di progresso economico e di lotta alla povertà nel mondo e che le imprese con una vocazione sociale possano perseguire il fine di colmare il divario sociale dove le istituzioni pubbliche non arrivano.


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Le informazioni incluse in questo articolo sono da intendersi non come consulenza professionale ma meramente divulgative. Per un servizio professionale è necessario rivolgersi ad un professionista. 

Google, Apple e la sfida della tecnologia nelle scuole



A pensarci bene, è abbastanza incredibile pensare che in Italia si dibatta ancora sull'opportunità o meno di inserire le nuove tecnologie (che poi "nuove" non sono più tanto) come strumenti in dotazione ordinaria a ragazzi e insegnanti. A dimostrazione della difficoltà di questo Paese - a partire dalle sue strutture "primarie", le scuole nello specifico - ad accettare il fatto di essere entrati da quasi 20 anni nel terzo millennio.

Intanto qualsiasi attività compiano oggi i giovani, utilizzano contemporaneamente anche lo smartphone. È entrato talmente a far parte della loro vita, come elemento simbolico e caratterizzante la loro cultura, che spesso è indicato come «un’estensione corporea» (così lo hanno definito nel 2003 gli studiosi Oksman & Rautianen) o «una seconda pelle» (il docente alla Cattolica di Milano, Piercesare Rivoltella, nel 2009), è percepito come essenziale, e, una volta avutane esperienza, è difficile rinunciarvi.
Secondo un rapporto americano (Smith A., Raine L., Zickuhr K., College studens and technology, The Pew Research Center's Internet and American Life Project), già nel 2011 possedevano uno smartphone quasi tutti (96%) gli studenti di college non ancora laureati (18-22 anni) e anche tra i loro coetanei non iscritti alla scuola la percentuale ammontava all'89%. Il trend in crescita negli anni successivi ha convinto sempre più studiosi a definire i giovani di questa generazione “hyperconnected”.

Certamente l’utilizzo degli smartphone ha portato a un ampliamento straordinario delle possibilità di comunicazione e rappresenta un'importante opportunità d'apprendimento, stimolando la curiosità dei ragazzi e potenziandone la capacità di esplorazione e comprensione. Basti pensare all'effetto dirompente dell'iPhone sulle persone. A dieci anni dalla sua diffusione sul mercato - come avevamo già scritto in occasione dell'anniversario in casa Apple - ci rendiamo conto di come abbia persino cambiato il nostro modo di camminare, di relazionarci con gli amici, di scattare le foto, di effettuare i pagamenti, di leggere e di consultare le notizie.

Tuttavia, l’utilizzo dello smartphone senza adeguate cautele espone i più giovani a diversi rischi.
Uno studio condotto da Nokia (uno tra i più grandi produttori al mondo), ha per esempio rilevato che i giovani controllano il loro telefono in media 150 volte al giorno, il che vuol dire 150 distrazioni al giorno da ciò che stanno facendo (Ahonen T., “Average person looks at his phone 150 times per day. Zit. Nach”).

In Italia si cominciano a prendere le prime misure di questo fenomeno. Nei giorni scorsi abbiamo letto la notizia del nuovo regolamento scolastico entrato in vigore all'Istituto tecnico industriale di Biella, che prevede i “lavori forzati” per chi usa lo smartphone in classe: prima i telefonini venivano solo requisiti in attesa di essere riconsegnati a genitori, ma la lezione evidentemente non è bastata; ora gli allievi che vengono presi in flagrante mentre chattano o navigano sul web, vengono spediti a pulire i corridoi e a riordinare documenti.

Non è certo nostra intenzione demonizzare cyberspazio, media digitali e tecnologia in generale,
ben sapendo che, come in medicina, è la dose che fa il veleno. Piuttosto vogliamo evidenziare affianco alle tante buone prassi che stanno nascendo, come i corsi di formazione per insegnanti ed educatori, l'apertura di questo settore all'adozione di nuove tecnologie. Non a caso il popolo della scuola è formato da persone che per loro natura sono pronti ad abbracciare tutto ciò che è innovativo. Sono quelli che in Silicon Valley chiameremmo "early adopter".

In Italia tante scuole sono riuscite a intercettare i fondi pubblici per rendere i proprio locali sempre più smart. Abbiamo sentito, per esempio, l'istituto economico “Gaetano Salvemini” di Bologna: edificio completamente cablato con fibra, 200 computer in rete tra loro, aule dotate di Lavagne interattive multimediali (Lim) e altri strumenti tecnologici, stanze (o parti di aule) attrezzate per agevolare l'utilizzo di propri strumenti informatici a seconda delle attività che vengono richieste.
Romano Stefani, docente di Informatica e animatore digitale dell'Istituto Salvemini, li chiama «setting ambientali»: quei luoghi costruiti per coniugare «tecnologia e relazioni personali», ma anche «acquisizione di conoscenze e creazione di un metodo di lavoro».

Singolare è l'approccio delle multinazionali tecnologiche da anni entrate nelle aule non attraverso i "crediti del ministero" ma coinvolgendo direttamente i singoli docenti. Apple, per esempio, offre sconti per l'acquisto di computer o altri device; strumenti tecnologici che gli studenti oggi utilizzano in classe per le attività didattiche e, in futuro, quando avranno 20 e 30 anni e saranno nel momento clou del loro potere d'acquisto, magari sceglieranno per il proprio lavoro o il tempo libero. L'azienda di Mountain View, dal canto suo, rende disponibile gratuitamente la Google Apps for Education che gli studenti si abituano ad utilizzare sui banchi di scuole, dotando le scuole stesse a costo zero di una importante infrastruttura cloud.

Al Salvemini di Bologna, dove hanno iniziato a lavorare a questi progetti da cinque o sei anni, la tecnologia non è un “attore solitario”. «Gli strumenti sono importanti, ma non sono isolati dal resto – spiega Stefani che oltre all'insegnamento in classe propone corsi di formazione rivolti ai colleghi insegnanti e al personale della scuola –. A noi preme che, anche attraverso i computer, gli smartphone o gli altri prodotti tecnologici, i giovani acquisiscano le competenze necessarie per il problem solving», che significa «procedere per piccoli errori, migliorare attraverso nuovi tentativi». E in questo quadro l'insegnante diventa un «mediatore tra tecnologia, sapere e modo di recepire». E in questa prospettiva sono state sviluppate le piattaforme di e-learnig, le attività per programmare nuove applicazioni, la manutenzione della rete dell'istituto fatta dagli studenti durante il periodo estivo. L'importante, ci tiene a sottolineare il docente bolognese, è che diventi un «percorso di partecipazione», in cui tutti si devono sentire corresponsabili, studenti e insegnanti, scuola ed extra-scuola.

Sì, perché prima ancora dell'obbligo introdotto dall'ultimo governo, qui l'alternanza scuola-lavoro è di casa da molto tempo. È evidente che lo studente troverà una discrepanza tra quello che ha appreso in classe e quanto gli verrà richiesto durante lo stage in studi professionali, aziende o enti pubblici.
Fuori dai confini italiani, in diverse nazioni del nord Europa e nei paesi anglosassoni è una prassi per gli studenti trascorrere la pausa estiva in una "internship" - anzi già dalla fine dell'inverno inizia una sorta di caccia per gli studenti per ottenere un posto nelle più famose aziende del loro settore di studi. Google ad esempio offre fino a 7.000 dollari al mese ai suoi stagisti estivi ("intern" in inglese) oltre a un pacchetto di "benefit", come il parrucchiere o il maggiordomo personale da far invidia ai manager più importanti.

Tornando nel Bel Paese, attraverso i laboratori e altre attività a scuola, gli studenti perfezionano le proprie competenze e ne acquisiscono altre come le conoscenze sui Big Data e l'utilizzo di analisi statistica per il web marketing.  «I giovani di oggi hanno già competenze di base sugli strumenti tecnologici, ma spesso non sanno come utilizzarle all'interno del processo creativo. Noi insegnanti – prosegue Stefani – siamo impegnati ad aiutare gli studenti a sviluppare una mente creativa e acquisire un approccio di tipo "problem solving"».

L'innovazione tecnologica avanza nel mondo della giustizia



Da tempo anche nel settore legale - caratterizzato da processi non automatizzati, molto "artigianali" -
si lavora alla digitalizzazione. Quello delle professioni legali è, infatti, uno dei settori dove logica e algoritmica possono trovare applicazione.
In fondo un contratto altro non è che la sequenza di clausole, ben legate tra loro, che traducono in termini legali le esigenze delle parti. Una struttura non troppo diversa da quella di un software per computer.
Già una decina d'anni fa in Silicon Valley, il docente di Stanford Mark Lemley iniziò a progettare un software in grado di gestire le controversie legali sulla proprietà intellettuale. Da quell'idea nacque Lex Machina, un software in grado di analizzare lo storico di migliaia di cause per individuare la "miglior strategia processuale", rimpiazzando di fatto il lavoro di routine degli avvocati. A utilizzarlo non furono solo gli studi legali, ma anche grandi società come eBay, Microsoft o Shire Pharmaceutical.

Ultimamente si stanno sperimentando e realizzando applicazioni concrete di intelligenza artificiale che aiuteranno ancora di più gli avvocati nell'attività quotidiana.

Infatti, una delle sfide davanti alla quale si scontrano quotidianamente gli avvocati è quella di riuscire a "navigare" in breve tempo, con precisione e qualità all'interno di moli di documenti, e trovare correlazioni tra tutte le informazioni raccolte. Quest'attività richiede un team di tante persone, con competenze diverse, che lavorano per ore.


Acquire a Silicon Valley Mindset con TVLP
X (Red, Blue, Green) e Flagship 

primavera & estate 2018

max 15 posti per innovatori
età 21 - 60+ anni

www.tvlp.co
Scadenza domanda: 22 aprile 2018
In soccorso agli studi legali sono arrivati i primi software che utilizzano l'intelligenza artificiale e che permettono di leggere moltissimi documenti a una velocità molto maggiore rispetto a quella dell'uomo. Si tratta di sistemi che impiegano algoritmi pensati e disegnati con uno schema logico simile a quello che potrebbe applicare l'avvocato, e che vengono "allenati" attraverso l'apprendimento automatico grazie a un loro uso frequente.

L'utilizzo di questi software sarà sempre più determinante nelle grandi operazioni, come per esempio le fusioni o le acquisizioni di aziende, nella gestione dei contenziosi e nel compliance, tutte attività che ora richiedono il lavoro di mesi di un team di decine avvocati.
I vantaggi per gli studi legali saranno evidenti: velocità nelle operazioni, risparmio di tempo - e di conseguenza risparmio di denaro - e accuratezza nel lavoro degli avvocati che potranno così concentrarsi solo sugli aspetti più complessi dell'attività legale, dove occorre più intelligenza ed esperienza e dove la macchina non è in grado di arrivare.

In futuro, come spiegano gli esperti, l'aspetto più importante della rivoluzione digitale sarà l'impiego di "contratti smart", attraverso i quali le parti interessate in un contratto, anziché fare complesse negoziazioni con i propri legali - con tutte le complicazioni e i costi del caso - utilizzeranno il software ognuno dal proprio lato per inserire le proprie aspettative; il software potrà quindi guidarle nel creare il contratto che compone gli equilibri e crea un accordo. Quello che ora fa l'uomo, in futuro sarà automatizzato, anche attraverso il sostegno della tecnologia blockchain che offrirà una garanzia delle operazioni effettuate.

Per esplorare le novità in questo settore, l'istituto californiano TVLP assieme a ICT Legal Consulting, uno dei più innovativi studi legali europei, ha deciso di ideare una borsa di studio per promuovere l’innovazione nel settore Legal Tech e accompagnare gli imprenditori, i manager e i professionisti più talentuosi potranno perfezionare un progetto imprenditoriale in California e acquisire conoscenze di imprenditorialità tecnologica durante uno dei programmi del TVLP Institute di primavera ed estate.

I robot aprono nuovi orizzonti nell'edilizia



Quando era adolescente e lavorava per l'impresa di costruzioni di suo padre, Noah Ready-Campbell sognava che i robot potessero sostituirlo nelle parti "sporche" e noiose del suo lavoro, come per esempio nello scavo e nel livellamento del terreno. Ora Ready-Campbell, dopo un'esperienza come product manager a Google, sta trasformando questo sogno in realtà con Built Robotics, una startup che sviluppa la tecnologia per consentire a bulldozer, escavatori e altre macchine da costruzione di operare da sole. «L'idea alla base di Built Robotics è quella di utilizzare la tecnologia di automazione per rendere una costruzione più sicura, veloce ed economica» spiega Ready-Campbell, mentre osserva un cantiere dove alcuni piccoli bulldozer sono intenti a spostare cumuli di terra.

Anche in uno dei settori meno innovativi, come quello dell'edilizia, è in corso una trasformazione con l'impulso dell'automazione. A San Francisco, per esempio, diverse start-up tecnologiche, sostenute dagli investitori, stanno sviluppando robot, droni, software e altre tecnologie per aiutare il settore edile ad aumentare la velocità, la sicurezza e la produttività.  

Anche l'Italia sta rimanendo al passo. Lo hanno dimostrato gli inventori di "BigDelta", una stampante gigante alta 12 metri in grado di costruire case. «Questa speciale stampante - spiega Massimo Moretti, fondatore di Csp, Centro Sviluppo Progetti, che abbiamo incontrato un po' di tempo fa in occasione di uno degli eventi Brainstorming Lounge in Italia - è stata progettata per essere montata da tre persone nel giro di un’ora e, al momento, stiamo lavorando affinché sia sufficiente una persona sola. Il progetto non è la stampante, è il processo. Ciò che ci interessa sviluppare è una macchina in grado di stampare case con materiali reperiti sul territorio, che sia adattabile a qualsiasi tipo di contesto ambientale, trasportabile e assemblabile facilmente, che richieda il minor quantitativo di energia possibile o meglio, che sia in grado di autoalimentarsi».

Per garantire una crescita economica, come sostiene Michael Chui, uno dei partner del McKinsey Global Institute di San Francisco «abbiamo bisogno di tutti i robot che possiamo ottenere, da affiancare a tutti gli altri lavoratori. Le macchine hanno iniziato a svolgere parte di lavori che in passato svolgevano soltanto le persone; ora le persone devono migrare e passare ad altre forme di lavoro. E' questo il senso della riqualificazione» del lavoro. 

I lavoratori della Berich Masonry di Englewood, in Colorado, hanno impiegato diverse settimane per imparare a utilizzare un robot per la muratura, chiamato SAM, acronimo di Semi-Automated Mason, una macchina da 400.000 dollari prodotta dalla Construction Robotics con sede a New York. SAM può posare circa 3.000 mattoni durante un turno di otto ore, molte volte di più di un muratore che lavora a mano. Attraverso il suo braccio meccanico raccoglie i mattoni, li ricopre di malta e li colloca con cura per formare, per esempio, il muro esterno di una nuova scuola elementare. Intanto, lavorando su un'impalcatura, gli operai possono caricare la macchina con i mattoni e raschiare la malta in eccesso lasciata dal robot.

L'obiettivo, ha detto il presidente della società, Todd Berich, è quello di utilizzare la tecnologia per acquisire nuovi lavori e soddisfare i clienti: «In questo momento devo dire dei "no" perché non abbiamo abbastanza risorse». I suoi dipendenti non si sentono minacciati e nemmeno l'Unione Internazionale dei muratori e degli artigiani vedono con preoccupazione l'introduzione dei robot nell'edilizia: «Ci sono molte cose che macchine come SAM non sono in grado di fare e che bisogna fare con muratori esperti - ha detto il direttore dell'associazione Brian Kennedy -. Sosteniamo tutto ciò che sostiene l'industria edile. Non vogliamo essere d'intralcio alla tecnologia». 

Sono quindi i robot a soccorrere l'industria delle costruzioni che si trova ad affrontare una grave carenza di manodopera. Secondo una recente indagine condotta dall'Associated General Contractors of America, infatti, il 70% delle imprese di costruzione ha difficoltà a trovare lavoratori qualificati. Per paradosso, risulta più facile trovare un progettista che un manovale. «In questo momento stiamo veramente faticando a trovare persone qualificate che possano maneggiare un autocarro o persino far funzionare un impianto», ammette Mike Moy, responsabile di uno stabilimento minerario alla Lehigh Hanson. «Nessuno vuole più sporcarsi le mani; tutti cercano un lavoro bello e pulito in un ufficio». Nello stabilimento minerario della sua azienda a Sunol, in California, Moy sta risparmiando tempo e denaro utilizzando un drone per misurare i giganteschi cumuli di roccia e sabbia che la sua azienda vende per il settore dell'edilizia. Quello che un normale impiegato riusciva a misurare in una giornata di lavoro, ora il drone è in grado di farlo in 25 minuti. In aggiunta a questo la macchina può raccogliere molti più dati e molto più precisi, disegnare mappe, rilevare terreni danneggiati o anomali. 

Alla Built Robotics, Ready-Campbell, fondatore e CEO dell'azienda, prevede il futuro del lavoro di costruzione come una partnership tra gli esseri umani e le macchine intelligenti.  «I robot fanno fondamentalmente l'80% del lavoro, che è più ripetitivo, più pericoloso, più monotono. E poi l'operatore fa il lavoro di qualità, dove c'è davvero bisogno di molta esperienza».

Economia circolare e nuovi modelli di business



Dall'azienda agricola all'industria meccanica, dalla Pmi del biomedicale all'azienda di servizi: l'Italia, povera di risorse, ha sempre praticato forme di uso efficienti, intelligenti e innovative della materia, partendo da concetti semplici, come riciclo e riuso, che oggi sono entrati a far parte del paradigma dell'economia circolare. Grazie a queste tradizioni virtuose e alla nostra capacità nazionale di ribaltare un limite in un'opportunità, siamo tra i Paesi più avanzati nella green economy e nell'economia circolare.

Le sfide ambientali che il surriscaldamento globale e i cambiamenti climatici ci stanno imponendo necessitano di misure specifiche per essere affrontate, ma nello stesso tempo possono rappresentare un'ulteriore occasione di crescita e sviluppo, proprio grazie all'economia circolare.
Tra i grandi Paesi europei, come certifica Eurostat, siamo quello con la quota maggiore di materia circolare (materia prima seconda) impiegata dal sistema produttivo: quasi un quinto del totale (18%), ben davanti alla Germania (10,7%) unico Paese più forte di noi nella manifattura. L'Italia, infatti, con 256,3 tonnellate per milione di euro prodotto, è il più efficiente tra i partner europei nel consumo di materia, subito dopo il Regno Unito, che impiega 223,4 tonnellate di materia per milione di euro e che ha però un'economia più legata alla finanza.

Come si legge nello studio "100 Italian circular economy stories", presentato da Enel e Fondazione L'economia circolare, come spiegano i promotori, permette ai territori di lanciare e sviluppare “nuovi modelli di business” che integrano innovazione e sostenibilità come scelta strategica di competitività. Quello descritto nello studio di Enel e Fondazione Symbola, è un modello di riciclo e riuso che non riguarda solo le grandi imprese, ma anche le piccole e medie, comprese istituzioni, associazioni e cooperative, che hanno avuto la capacità di anticipare i tempi e di adottare pratiche e processi industriali virtuosi.

Symbola, l'Italia ha migliorato la sua performance rispetto al 2008 dimezzando il consumo di materia, facendo molto meglio rispetto alla Germania che, oggi, impiega 423,6 tonnellate di materia per milione di euro.

E per valorizzare chi, nelle città metropolitane o in provincia, da anni contribuisce a rendere più efficiente e competitiva la nostra economia, attraverso un comportamento responsabile e un uso più efficace delle risorse esistenti, Confindustria Forlì-Cesena ha promosso un progetto con l'obiettivo di promuovere la divulgazione di un modello di creazione del valore economico, sociale ed ambientale rigenerativo by design e fare cultura d’impresa attraverso delle Best practice aziendali, dando impulso alle idee di business di giovani start-up e PMI innovative. Il progetto verrà presentato durante l'iniziativa “Economia Circolare dalla teoria alla pratica” che si terrà il 20 marzo presso il TeachingHub del Campus Universitario di Forlì.

L'appuntamento – promosso con la collaborazione di Confindustria Emilia Romagna Ricerca - CERR, Romagnatech, Cesena Lab, Università di Bologna Dipartimento di ingegneria Industriale e Dipartimento di ingegneria dell’Energia Elettrica e dell’Informazione sedi di Forlì e Cesena, Cariromagna - Gruppo Intesa Sanpaolo – è stato anticipato da un'attività di analisi nei sette mesi precedenti durante la quale gli specialisti del Circular Economy Project dell’Innovation Center di Intesa Sanpaolo e di Confindustria Forlì-Cesena, hanno provveduto a fare un campionamento del livello di circolarità di 40 aziende del territorio emiliano-romagnolo.

Un'analisi, come ha spiegato Anna Monticelli, manager - Circular economy project di Intesa Sanpaolo, necessaria per «comprendere prima di tutti i bisogni delle imprese», dall'approvvigionamento energetico ai materiali innovativi, alla valorizzazione dei sottoprodotti e scarti. Assieme ai referenti delle aziende intercettate, si è cercato quindi di «valutare il loro livello di “circolarità”, per arrivare a costruire un portafoglio di soggetti impegnati su questo tema». Con l'obiettivo finale di «creare un modello di collaborazione tra imprese, territorio e associazionismo, perché quello dell'economia circolare è ancora troppo spesso un tema sottopesato».

Dal 2015 Intesa Sanpaolo è il financial services global partner della Fondazione Ellen MacArthur, organizzazione leader a livello mondiale nell’accelerazione della Circular Economy con Partner del calibro di Google, Nike, Unilever, Danone, Renault, H&M e centinaia di altre società, università e istituzioni che collaborano nell’ambito dei network attivi in Europa, USA e Brasile.
Il ruolo di una banca in questa trasformazione culturale e imprenditoriale – ha spiegato Monticelli – è di «favorire la transizione di imprese e consumatori verso questo nuovo modello puntando sulla presenza capillare sul territorio e sull’impatto a livello sistemico».

All'iniziativa di Confindustria Forlì-Cesena verranno presentate le espierienze di 9 startup nazionali (Alga&ZymeFactory, Energy Way, Glass To Power, Kerline, Nolpal, Prolibo, Sfridoo, Solwa, Totem), su un elenco di 50, che possono rappresentare gli acceleratori per l’industria del territorio.

Moda e lusso, le novità al prossimo TVLP



Microcapsule tecnologiche che inserite nei tessuti permettono di cambiare il colore dell’abito. Scarpe sportive strumentate. Guanti e accessori per misurare il respiro e il battito cardiaco. "Specchi magici" che riconoscono ergonomicamente il consumatore mentre indossa un abito in boutique. I progressi tecnologici stanno cambiando completamente le tecniche per disegnare e creare vestiti, per indossarli e per venderli, e stanno rivoluzionando il modo di fare business nel settore della moda e del lusso. Sarà quindi dedicato alla "rivoluzione fashion 3.0" il prossimo programma di imprenditorialità che il TVLP Institute promuove in Silicon Valley dal 21 al 26 maggio, al quale hanno già aderito top executives di un'importante multinazionale del lusso di Dubai e innovatori del Nord Africa. I candidati possono presentare una richiesta di partecipazione entro il 22 aprile.

Per il prossimo programma "x" nella formula "Blue", l'istituto di Menlo Park ha ideato un esclusivo format, un’accurata miscela per dare una formazione completa e intensiva ai partecipanti attraverso lezioni frontali con professori delle più prestigiose università della Silicon Valley (Stanford, Berkeley e Santa Clara), durante le quali verranno affrontate le più importanti tendenze del fashion marketing, le innovazioni nei retail, i nuovi modelli di business nei settori del lusso. Le attività in classe si alterneranno a momenti di mentoring individuali con investitori di successo ed ex executive delle più grandi imprese che hanno fatto la storia tecnologica del mondo. Il programma si completerà con visite ad aziende presenti nella Bay Area ed eventi di networking.

Acquire a Silicon Valley Mindset insieme ad altri leader di diversi settori
TVLP Summer 2018

max 15 posti

www.tvlp.co
Scadenza domanda: 24 giugno 2018

Il programma TVLP di maggio è dedicato a chi vuole cambiare il modo di pensare, a chi vuole imparare dai fallimenti per non ripetere sempre gli stessi errori, a chi vuole condividere i propri progetti per arricchirsi del contributo di altri imprenditori e altri manager. E' un'occasione unica per confrontarsi con chi ha creato startup o quotato aziende o con chi, coltivando la propria idea imprenditoriale, ha realizzato colossi nei settori del lusso e della moda. 

Terminata la full immersion californiana gli imprenditori e gli executive entreranno a far parte della community TVLP: una “famiglia” internazionale in cui i componenti (che vanno dai 19 ai 60 anni e provengono da oltre 30 Paesi del mondo) parlano la stessa lingua perché tutti hanno fatto la medesima esperienza nel paese dove si concentra il 90% degli investitori internazionali.

Per partecipare al programma X è necessario compilare una domanda su www.tvlp.co entro il 22 aprile 2018 e superare una selezione volta e scegliere partecipanti di talento e coinvolti in imprese di successo.

Entro questa data è possibile inoltre inviare una propria candidatura per il programma “Flagship” che si svolgerà dal 16 luglio al 4 agosto, riservato a chi vuole sviluppare un nuovo progetto direttamente in Silicon Valley e acquisire un po’ tutte le competenze, dal lancio alla crescita del progetto imprenditoriale.

--> Qui la brochure

--> Qui l'application 
(ci sono diversi programmi; nella domanda di partecipazione, se sei interessato ai temi della moda e del lusso ricordati di selezionare "TVLPx blue, May 21 - 26, 2018")

Startup fanno passi da gigante con le self driving car



Si chiama Liberty; ha tre ruote e un motore a benzina; può raggiungere la velocità massima su strada di 160 km/h; ma ha anche un rotore dispiegabile che lo trasforma in elicottero, con un'autonomia di 500 chilometri in volo.
Pop.Up next, invece, assomiglia a una telecabina con tre rotori e quattro ruote; la parte inferiore si stacca dalla superiore: la prima serve per viaggiare su strade asfaltate o ferrate, la seconda invece è per volare.
Fantasia da serie tv? Nemmeno per sogno. Questi reali prototipi (il primo è un progetto dell'azienda olandese Pal-V, il secondo è ideato da Audi e Airbus assieme a Italdesign) sono stati presentati al salone di Ginevra dove le grandi case automobilistiche hanno fatto intendere come potrebbero essere gli spostamenti di domani su medie e lunghe distanze.
La lista dei mezzi che tra qualche anno potrebbero cominciare a circolare lungo le nostre strade è lunga, a dimostrazione che le aziende - sia i grandi marchi che le startup - stanno lavorando sodo per indicare la linea delle nuove tendenze.

Salone dell'auto di Ginevra 2018
Renault, per esempio, ha ideato un minibus a sei posti a guida autonoma, chiamato EZ-GO, che potrebbe entrare in produzione entro pochi anni, dopo aver messo a punto il prototipo esposto al salone elvetico. Altrettanto originale è il Rinspeed Snap, già presentato al CES di Las Vegas: si tratta di un modulo abitativo (Pod), arredabile a piacimento, che può essere spostato grazie a una base dotata di ruote (una sorta di skateboard), eventualmente condivisibile fra più utenti.
Già pronto per essere guidato è lo scooter a quattro ruote dell'azienda ticinese Quadro Vehicles: il Qooder - in vendita da aprile in Svizzera a circa 11.000 euro - monterà un motore a benzina da 400 cc, ma per la variante elettrica si dovrà attendere fino al primo trimestre 2019.
In Germania, da fine 2018, si vedrà sfrecciare il monopattino elettrico a tre ruote City Skater della Volkswagen: pesa 12 kg, è pieghevole, raggiunge una velocità massima di 20 km/h e ha un'autonomia di 20 km. L'azienda automobilistica tedesca sta però anche progettando lo Street Mate: una moto elettrica da pilotare in piedi, su una pedana, come un monopattino. Sempre in piedi sarà da condurre il Toyota i-Walk: mezzo elettrico a tre ruote, a passo variabile, è pensato per un impiego nelle aree pedonali. Dotato di intelligenza artificiale, in futuro potrebbe diventare un vero e proprio "amico" in grado di accompagnare il guidatore a fare la spesa, acquistando per lui oggetti visti in vetrina, grazie al commercio elettronico e alla sua connessione alla rete Internet.

Dal salone di Ginevra possiamo trasferirci nel cuore della Motor Valley italiana, a Modena. Proprio qui, dove sono nati i grandi marchi come Ferrari, Maserati e Pagani, si sta correndo per arrivare a testare a breve l'auto digitale. Sì, grazie ad un accordo tra il Comune, le università di Modena-Reggio Emilia e Trento e Fca, è nata Automotive Smart Area (Masa), un quartiere-laboratorio nell’area nord della città che farà da incubatore per testare i mezzi del futuro.

Il primo passo sarà quello di istituire un corso di laurea per formare laureati esperti di vetture ultraintelligenti, organizzato sul modello tedesco, direttamente presso le aziende. Ma è già stata avviata anche la sperimentazione della connessione tra le vetture e l'autostrada: una dozzina di chilometri sull'A22 Modena-Brennero, sono stati attrezzati con sensori, antenne, appositi dispositivi e altri strumenti in grado di accompagnare e dare indicazioni a un'auto appositamente attrezzata a ricevere ed elaborare i messaggi.

A Modena, l'Automotive Smart Area verrà allestita con semafori intelligenti, segnaletica digitale, sensori a livello strada e una connessione veloce 5G, capace di elaborare rapidamente i dati comunicati dalle auto. Quindi, come ha spiegato recentemente il professor Francesco Leali, del dipartimento di Ingegneria dell’Unimore, i veicoli «dialogheranno con l’ambiente circostante, per arrivare ad azzerare gli incidenti e dare la massima sicurezza sia ai pedoni che ai conducenti».

Quello dell'auto è quindi uno dei settori in rapidissima crescita, dove negli anni sono state portate avanti piccole innovazioni incrementali. Oggi, sulle auto senza conducente e sulla tecnologia autonoma, si sono fatti passi da gigante. Come dimostrano alcune startup promettenti che attirano talenti, ricercatori, ingegneri, specializzati in particolare in visione computerizzata, intelligenza artificiale, robotica. Su queste startup, ovviamente, stanno puntando gli occhi gli investitori della Silicon Valley.

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