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Aumenti di capitale non proporzionali a servizio del Venture Capital


Quando due innamorati sono sul punto di compiere il grande passo verso il matrimonio, cominciano a immaginare il proprio futuro insieme e a studiare in che modo la nuova famiglia possa crescere unita, nel rispetto delle differenze reciproche, valorizzando le peculiarità di ciascuno. Se mettiamo da parte per un attimo i sentimenti, possiamo considerare che - allo stesso modo - un imprenditore ed un investitore che si apprestano a percorrere un’avventura insieme, con l’obiettivo di lanciare sul mercato un nuovo progetto o un business innovativo devono avere determinate accortezze. L’investimento di un angel o di un VC (“venture capitalist”) in una impresa è come un matrimonio! 

In Italia, solitamente, quando un investitore sceglie di investire una parte del proprio denaro in una società, riceve in cambio una partecipazione proporzionale alla ricchezza che ha investito. Si tratta di quote che vengono stabilite in accordo con i soci fondatori.
Ad esempio Angelo investe 400.000 euro in NewTech srl che ha un capitale sociale di 100.000 euro. Al termine dell’investimento Angelo avrà l’80% di NewTech il cui capitale sociale sarà di 500.000 euro.

Un approccio del genere considera solo il denaro. Non tiene conto di altri fattori che potrebbero portare a una valutazione dell’azienda ben più alta del suo capitale sociale o di un coefficiente moltiplicativo applicato al suo fatturato. Infatti, quando si è davanti ad una impresa ad alto contenuto tecnologico il vero “valore “ è da un’altra parte. È fatto di know-how dei suoi soci fondatori (non sempre tradotto in brevetti), di primi clienti acquisiti, di vantaggi competitivi come esser stati i primi ad immettere un prodotto sul mercato. Le logiche del capitale sociale e del fatturato non sono propriamente attinenti in questo settore. Allo stesso tempo, chi investe spesso non apporta soli “soldi” (in Silicon Valley si parla di smart-money) ma anche di competenze, connessioni o reputazione. 

Esistono, pertanto, altri modelli, che possono proporsi in questi casi e che valutano l’impegno economico del Venture Capitalist come “una” delle ricchezze, alla quale vanno aggiunte: le competenze acquisite negli anni dai fondatori, il lavoro svolto, l’esperienza maturata o semplicemente il brand che ha già acquisito un proprio valore nel tempo. Una società appena costituita che vanta tra i propri soci fondatori Elon Musk varrà di più di una società costituita nello stesso momento da una persona comune.

In questa ipotesi – è il caso delle imprese tecnologiche che devono scalare sul mercato il più rapidamente possibile – i soci non si uniscono “alla pari”, ma si può ricorrere all’aumento del capitale sociale non proporzionale. In altri termini, il socio di capitali che investe in una società si vede attribuire una partecipazione al capitale sociale “inferiore” rispetto a quanto gli spetterebbe in proporzione alla ricchezza investita, in modo da compensare il valore di altri asset dell’impresa. 

In questa guida, per semplicità consideriamo il caso dell’investimento che viene imputato per intero a capitale sociale. Se si volesse, invece, imputare una parte a working capital sarà necessaria la previsione di un sovrapprezzo.

Ad esempio Angelo investe 400.000 euro in NewTech srl che ha un capitale sociale di 100.000 euro e si accorda con i soci fondatori che il valore della società è di 1,6 milioni di euro (pre-money valuation). Al termine dell’investimento, Angelo avrà il 20% (e non l’80%) di NewTech il cui capitale sociale sarà di 500.000 euro e il cui valore sarà di 2 milioni di euro (post-money valuation).

Tale operazione, se preparata con accuratezza, consente di bilanciare tutte le “ricchezze” in campo e assicurare un futuro prosperoso e senza sorprese.  

Come si traduce in termini legali questo aumento di capitale sociale non proporzionale? Quali sono i passaggi che un imprenditore deve seguire?


Passo 1 - Occorre prima di tutto inserire una clausola nello statuto della società che consente di

aumentare in maniera non proporzionale il proprio capitale sociale. Tale passaggio non e’ necessario se tutti i soci sono d’accordo alla descritta operazione di aumento. A seguire, sarà l'assemblea dei soci a deliberare l'aumento non proporzionale. Entrambe le operazioni possono farsi con un unico atto notarile. 

Negli Stati Uniti, dove la cultura del Venture Capital è nata e si è consolidata e chi ha delle ricchezze frequentemente investe in startup o aziende giovani ma promettenti – a fronte di siffatta operazione di investimento, è frequente che l’investitore voglia riservarsi determinati diritti per tutelarsi da eventuali “colpi di testa” dei fondatori: il cambio di amministratore (CEO, CTO etc.), il “veto” su decisioni di particolare importanza per la società: ad esempio l'ammontare dello stipendio agli amministratori, l'autorizzazione su alcune spese superiori a determinati importi, le modifiche rispetto al piano di sviluppo presentato, l'ingresso di nuovi soci nell'azionariato. In altre parole, i soldi investiti devono essere utilizzati in maniera coerente con il progetto presentato all’investitore e in base al quale quest’ultimo ha deciso di fare l’investimento. Niente acquisto di abiti firmati o di macchine di lusso da parte dei fondatori, né poltrone di pelle nella sala riunioni, i soldi investiti servono per far crescere l’azienda! Così come non si passa dal fare biosensori al progetto di una nuova bibita energetica.

Passo 2 - Per tali motivi è consigliabile che una siffatta operazione di investimento sia accompagnata dall’inserimento - nello Statuto di una società a responsabilità limitata - di così detti “diritti particolari” a favore dell’investitore. In Italia, tali diritti sono personali, intrasmissibili e modificabili all’unanimità e possono essere variamente configurati, costituendo uno strumento estremamente flessibile e  modulabile in base alle esigenze dei soci fondatori e degli investitori. 

Una società, per avere successo e scalare, deve passare attraverso diverse fasi. L’operazione di investimento è una fase particolarmente delicata, perché può essere decisiva per le sorti dell’impresa. Occorre configurare l’investimento in modo da “bilanciare” le esigenze di tutti gli attori in campo: quelle dell'investitore, che deve non solo selezionare un team e un progetto promettente e potenzialmente scalabile, ma deve essere messo in condizione di usufruire di tutti gli strumenti idonei per evitare brutte sorprese; quelle dell'imprenditore che – per la crescita ed il futuro della propria azienda – ha bisogno, da un lato, di iniettare al suo interno nuovi capitali di investimento e dall’altro, di non vedersi imprigionato da condizioni sbilanciate che potrebbero, nel lungo termine, vanificare i sacrifici fatti. 
Dare un diritto di veto all’investitore sulla scelta di nuovi investitori potrà, ad esempio, imprigionare l’azienda e creare gravi danni nel momento in cui saranno necessari nuovi capitali. Viceversa una clausola di prelazione potrà dare precedenza all’investitore attuale durante un nuovo round di investimento e tutelare il suo diritto a non vedere diluito l’investimento fatto. 

L’operazione di investimento è un intervento tanto delicato quanto importante per la crescita e, a volte, per la sopravvivenza di una impresa. Fondamentale è avere una visione ampia che tenga in considerazione il bilanciamento degli interessi di tutti gli attori e i vari scenari che si andranno a creare negli anni successivi. 

Il ruolo del professionista è quello di condividere la sua esperienza, sviluppata lavorando con diverse imprese, affiancando i soci fondatori e gli investitori. Sarebbe quindi preferibile affidarsi a dei professionisti che hanno già lavorato in una determinata industria e ne conoscono le caratteristiche peculiari. Ad esempio la quantità di capitali e la durata del processo di ricerca e sviluppo in una impresa che sviluppa un nuovo farmaco (e che dovrà fare studi in vitro, in vivo, “FDA approval” etc.) è diversa da quella che sta creano una nuova applicazione cloud computing.

In Italia queste operazioni societarie sono eseguite dal Notaio che, oltre a realizzare tecnicamente l’operazione di investimento, è terzo garante in grado di trovare un equilibrio tra contrapposti interessi. Poiché, come tutti i matrimoni, il momento della firma è quello più bello, ma se l’intesa è vera lo si potrà scoprire solo camminando insieme.


Antonietta Demaio, PhD, Notaio
notaio@demaio.co

Ha vissuto tra l’Italia e la Silicon Valley, crede nella imprenditorialità come un potente strumento di progresso economico e di lotta alla povertà nel mondo e che le imprese con una vocazione sociale possano perseguire il fine di colmare il divario sociale dove le istituzioni pubbliche non arrivano.


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Le informazioni incluse in questo articolo sono da intendersi non come consulenza professionale ma meramente divulgative. Per un servizio professionale è necessario rivolgersi ad un professionista. 

Google, Apple e la sfida della tecnologia nelle scuole



A pensarci bene, è abbastanza incredibile pensare che in Italia si dibatta ancora sull'opportunità o meno di inserire le nuove tecnologie (che poi "nuove" non sono più tanto) come strumenti in dotazione ordinaria a ragazzi e insegnanti. A dimostrazione della difficoltà di questo Paese - a partire dalle sue strutture "primarie", le scuole nello specifico - ad accettare il fatto di essere entrati da quasi 20 anni nel terzo millennio.

Intanto qualsiasi attività compiano oggi i giovani, utilizzano contemporaneamente anche lo smartphone. È entrato talmente a far parte della loro vita, come elemento simbolico e caratterizzante la loro cultura, che spesso è indicato come «un’estensione corporea» (così lo hanno definito nel 2003 gli studiosi Oksman & Rautianen) o «una seconda pelle» (il docente alla Cattolica di Milano, Piercesare Rivoltella, nel 2009), è percepito come essenziale, e, una volta avutane esperienza, è difficile rinunciarvi.
Secondo un rapporto americano (Smith A., Raine L., Zickuhr K., College studens and technology, The Pew Research Center's Internet and American Life Project), già nel 2011 possedevano uno smartphone quasi tutti (96%) gli studenti di college non ancora laureati (18-22 anni) e anche tra i loro coetanei non iscritti alla scuola la percentuale ammontava all'89%. Il trend in crescita negli anni successivi ha convinto sempre più studiosi a definire i giovani di questa generazione “hyperconnected”.

Certamente l’utilizzo degli smartphone ha portato a un ampliamento straordinario delle possibilità di comunicazione e rappresenta un'importante opportunità d'apprendimento, stimolando la curiosità dei ragazzi e potenziandone la capacità di esplorazione e comprensione. Basti pensare all'effetto dirompente dell'iPhone sulle persone. A dieci anni dalla sua diffusione sul mercato - come avevamo già scritto in occasione dell'anniversario in casa Apple - ci rendiamo conto di come abbia persino cambiato il nostro modo di camminare, di relazionarci con gli amici, di scattare le foto, di effettuare i pagamenti, di leggere e di consultare le notizie.

Tuttavia, l’utilizzo dello smartphone senza adeguate cautele espone i più giovani a diversi rischi.
Uno studio condotto da Nokia (uno tra i più grandi produttori al mondo), ha per esempio rilevato che i giovani controllano il loro telefono in media 150 volte al giorno, il che vuol dire 150 distrazioni al giorno da ciò che stanno facendo (Ahonen T., “Average person looks at his phone 150 times per day. Zit. Nach”).

In Italia si cominciano a prendere le prime misure di questo fenomeno. Nei giorni scorsi abbiamo letto la notizia del nuovo regolamento scolastico entrato in vigore all'Istituto tecnico industriale di Biella, che prevede i “lavori forzati” per chi usa lo smartphone in classe: prima i telefonini venivano solo requisiti in attesa di essere riconsegnati a genitori, ma la lezione evidentemente non è bastata; ora gli allievi che vengono presi in flagrante mentre chattano o navigano sul web, vengono spediti a pulire i corridoi e a riordinare documenti.

Non è certo nostra intenzione demonizzare cyberspazio, media digitali e tecnologia in generale,
ben sapendo che, come in medicina, è la dose che fa il veleno. Piuttosto vogliamo evidenziare affianco alle tante buone prassi che stanno nascendo, come i corsi di formazione per insegnanti ed educatori, l'apertura di questo settore all'adozione di nuove tecnologie. Non a caso il popolo della scuola è formato da persone che per loro natura sono pronti ad abbracciare tutto ciò che è innovativo. Sono quelli che in Silicon Valley chiameremmo "early adopter".

In Italia tante scuole sono riuscite a intercettare i fondi pubblici per rendere i proprio locali sempre più smart. Abbiamo sentito, per esempio, l'istituto economico “Gaetano Salvemini” di Bologna: edificio completamente cablato con fibra, 200 computer in rete tra loro, aule dotate di Lavagne interattive multimediali (Lim) e altri strumenti tecnologici, stanze (o parti di aule) attrezzate per agevolare l'utilizzo di propri strumenti informatici a seconda delle attività che vengono richieste.
Romano Stefani, docente di Informatica e animatore digitale dell'Istituto Salvemini, li chiama «setting ambientali»: quei luoghi costruiti per coniugare «tecnologia e relazioni personali», ma anche «acquisizione di conoscenze e creazione di un metodo di lavoro».

Singolare è l'approccio delle multinazionali tecnologiche da anni entrate nelle aule non attraverso i "crediti del ministero" ma coinvolgendo direttamente i singoli docenti. Apple, per esempio, offre sconti per l'acquisto di computer o altri device; strumenti tecnologici che gli studenti oggi utilizzano in classe per le attività didattiche e, in futuro, quando avranno 20 e 30 anni e saranno nel momento clou del loro potere d'acquisto, magari sceglieranno per il proprio lavoro o il tempo libero. L'azienda di Mountain View, dal canto suo, rende disponibile gratuitamente la Google Apps for Education che gli studenti si abituano ad utilizzare sui banchi di scuole, dotando le scuole stesse a costo zero di una importante infrastruttura cloud.

Al Salvemini di Bologna, dove hanno iniziato a lavorare a questi progetti da cinque o sei anni, la tecnologia non è un “attore solitario”. «Gli strumenti sono importanti, ma non sono isolati dal resto – spiega Stefani che oltre all'insegnamento in classe propone corsi di formazione rivolti ai colleghi insegnanti e al personale della scuola –. A noi preme che, anche attraverso i computer, gli smartphone o gli altri prodotti tecnologici, i giovani acquisiscano le competenze necessarie per il problem solving», che significa «procedere per piccoli errori, migliorare attraverso nuovi tentativi». E in questo quadro l'insegnante diventa un «mediatore tra tecnologia, sapere e modo di recepire». E in questa prospettiva sono state sviluppate le piattaforme di e-learnig, le attività per programmare nuove applicazioni, la manutenzione della rete dell'istituto fatta dagli studenti durante il periodo estivo. L'importante, ci tiene a sottolineare il docente bolognese, è che diventi un «percorso di partecipazione», in cui tutti si devono sentire corresponsabili, studenti e insegnanti, scuola ed extra-scuola.

Sì, perché prima ancora dell'obbligo introdotto dall'ultimo governo, qui l'alternanza scuola-lavoro è di casa da molto tempo. È evidente che lo studente troverà una discrepanza tra quello che ha appreso in classe e quanto gli verrà richiesto durante lo stage in studi professionali, aziende o enti pubblici.
Fuori dai confini italiani, in diverse nazioni del nord Europa e nei paesi anglosassoni è una prassi per gli studenti trascorrere la pausa estiva in una "internship" - anzi già dalla fine dell'inverno inizia una sorta di caccia per gli studenti per ottenere un posto nelle più famose aziende del loro settore di studi. Google ad esempio offre fino a 7.000 dollari al mese ai suoi stagisti estivi ("intern" in inglese) oltre a un pacchetto di "benefit", come il parrucchiere o il maggiordomo personale da far invidia ai manager più importanti.

Tornando nel Bel Paese, attraverso i laboratori e altre attività a scuola, gli studenti perfezionano le proprie competenze e ne acquisiscono altre come le conoscenze sui Big Data e l'utilizzo di analisi statistica per il web marketing.  «I giovani di oggi hanno già competenze di base sugli strumenti tecnologici, ma spesso non sanno come utilizzarle all'interno del processo creativo. Noi insegnanti – prosegue Stefani – siamo impegnati ad aiutare gli studenti a sviluppare una mente creativa e acquisire un approccio di tipo "problem solving"».

L'innovazione tecnologica avanza nel mondo della giustizia



Da tempo anche nel settore legale - caratterizzato da processi non automatizzati, molto "artigianali" -
si lavora alla digitalizzazione. Quello delle professioni legali è, infatti, uno dei settori dove logica e algoritmica possono trovare applicazione.
In fondo un contratto altro non è che la sequenza di clausole, ben legate tra loro, che traducono in termini legali le esigenze delle parti. Una struttura non troppo diversa da quella di un software per computer.
Già una decina d'anni fa in Silicon Valley, il docente di Stanford Mark Lemley iniziò a progettare un software in grado di gestire le controversie legali sulla proprietà intellettuale. Da quell'idea nacque Lex Machina, un software in grado di analizzare lo storico di migliaia di cause per individuare la "miglior strategia processuale", rimpiazzando di fatto il lavoro di routine degli avvocati. A utilizzarlo non furono solo gli studi legali, ma anche grandi società come eBay, Microsoft o Shire Pharmaceutical.

Ultimamente si stanno sperimentando e realizzando applicazioni concrete di intelligenza artificiale che aiuteranno ancora di più gli avvocati nell'attività quotidiana.

Infatti, una delle sfide davanti alla quale si scontrano quotidianamente gli avvocati è quella di riuscire a "navigare" in breve tempo, con precisione e qualità all'interno di moli di documenti, e trovare correlazioni tra tutte le informazioni raccolte. Quest'attività richiede un team di tante persone, con competenze diverse, che lavorano per ore.


Acquire a Silicon Valley Mindset con TVLP
X (Red, Blue, Green) e Flagship 

primavera & estate 2018

max 15 posti per innovatori
età 21 - 60+ anni

www.tvlp.co
Scadenza domanda: 22 aprile 2018
In soccorso agli studi legali sono arrivati i primi software che utilizzano l'intelligenza artificiale e che permettono di leggere moltissimi documenti a una velocità molto maggiore rispetto a quella dell'uomo. Si tratta di sistemi che impiegano algoritmi pensati e disegnati con uno schema logico simile a quello che potrebbe applicare l'avvocato, e che vengono "allenati" attraverso l'apprendimento automatico grazie a un loro uso frequente.

L'utilizzo di questi software sarà sempre più determinante nelle grandi operazioni, come per esempio le fusioni o le acquisizioni di aziende, nella gestione dei contenziosi e nel compliance, tutte attività che ora richiedono il lavoro di mesi di un team di decine avvocati.
I vantaggi per gli studi legali saranno evidenti: velocità nelle operazioni, risparmio di tempo - e di conseguenza risparmio di denaro - e accuratezza nel lavoro degli avvocati che potranno così concentrarsi solo sugli aspetti più complessi dell'attività legale, dove occorre più intelligenza ed esperienza e dove la macchina non è in grado di arrivare.

In futuro, come spiegano gli esperti, l'aspetto più importante della rivoluzione digitale sarà l'impiego di "contratti smart", attraverso i quali le parti interessate in un contratto, anziché fare complesse negoziazioni con i propri legali - con tutte le complicazioni e i costi del caso - utilizzeranno il software ognuno dal proprio lato per inserire le proprie aspettative; il software potrà quindi guidarle nel creare il contratto che compone gli equilibri e crea un accordo. Quello che ora fa l'uomo, in futuro sarà automatizzato, anche attraverso il sostegno della tecnologia blockchain che offrirà una garanzia delle operazioni effettuate.

Per esplorare le novità in questo settore, l'istituto californiano TVLP assieme a ICT Legal Consulting, uno dei più innovativi studi legali europei, ha deciso di ideare una borsa di studio per promuovere l’innovazione nel settore Legal Tech e accompagnare gli imprenditori, i manager e i professionisti più talentuosi potranno perfezionare un progetto imprenditoriale in California e acquisire conoscenze di imprenditorialità tecnologica durante uno dei programmi del TVLP Institute di primavera ed estate.

I robot aprono nuovi orizzonti nell'edilizia



Quando era adolescente e lavorava per l'impresa di costruzioni di suo padre, Noah Ready-Campbell sognava che i robot potessero sostituirlo nelle parti "sporche" e noiose del suo lavoro, come per esempio nello scavo e nel livellamento del terreno. Ora Ready-Campbell, dopo un'esperienza come product manager a Google, sta trasformando questo sogno in realtà con Built Robotics, una startup che sviluppa la tecnologia per consentire a bulldozer, escavatori e altre macchine da costruzione di operare da sole. «L'idea alla base di Built Robotics è quella di utilizzare la tecnologia di automazione per rendere una costruzione più sicura, veloce ed economica» spiega Ready-Campbell, mentre osserva un cantiere dove alcuni piccoli bulldozer sono intenti a spostare cumuli di terra.

Anche in uno dei settori meno innovativi, come quello dell'edilizia, è in corso una trasformazione con l'impulso dell'automazione. A San Francisco, per esempio, diverse start-up tecnologiche, sostenute dagli investitori, stanno sviluppando robot, droni, software e altre tecnologie per aiutare il settore edile ad aumentare la velocità, la sicurezza e la produttività.  

Anche l'Italia sta rimanendo al passo. Lo hanno dimostrato gli inventori di "BigDelta", una stampante gigante alta 12 metri in grado di costruire case. «Questa speciale stampante - spiega Massimo Moretti, fondatore di Csp, Centro Sviluppo Progetti, che abbiamo incontrato un po' di tempo fa in occasione di uno degli eventi Brainstorming Lounge in Italia - è stata progettata per essere montata da tre persone nel giro di un’ora e, al momento, stiamo lavorando affinché sia sufficiente una persona sola. Il progetto non è la stampante, è il processo. Ciò che ci interessa sviluppare è una macchina in grado di stampare case con materiali reperiti sul territorio, che sia adattabile a qualsiasi tipo di contesto ambientale, trasportabile e assemblabile facilmente, che richieda il minor quantitativo di energia possibile o meglio, che sia in grado di autoalimentarsi».

Per garantire una crescita economica, come sostiene Michael Chui, uno dei partner del McKinsey Global Institute di San Francisco «abbiamo bisogno di tutti i robot che possiamo ottenere, da affiancare a tutti gli altri lavoratori. Le macchine hanno iniziato a svolgere parte di lavori che in passato svolgevano soltanto le persone; ora le persone devono migrare e passare ad altre forme di lavoro. E' questo il senso della riqualificazione» del lavoro. 

I lavoratori della Berich Masonry di Englewood, in Colorado, hanno impiegato diverse settimane per imparare a utilizzare un robot per la muratura, chiamato SAM, acronimo di Semi-Automated Mason, una macchina da 400.000 dollari prodotta dalla Construction Robotics con sede a New York. SAM può posare circa 3.000 mattoni durante un turno di otto ore, molte volte di più di un muratore che lavora a mano. Attraverso il suo braccio meccanico raccoglie i mattoni, li ricopre di malta e li colloca con cura per formare, per esempio, il muro esterno di una nuova scuola elementare. Intanto, lavorando su un'impalcatura, gli operai possono caricare la macchina con i mattoni e raschiare la malta in eccesso lasciata dal robot.

L'obiettivo, ha detto il presidente della società, Todd Berich, è quello di utilizzare la tecnologia per acquisire nuovi lavori e soddisfare i clienti: «In questo momento devo dire dei "no" perché non abbiamo abbastanza risorse». I suoi dipendenti non si sentono minacciati e nemmeno l'Unione Internazionale dei muratori e degli artigiani vedono con preoccupazione l'introduzione dei robot nell'edilizia: «Ci sono molte cose che macchine come SAM non sono in grado di fare e che bisogna fare con muratori esperti - ha detto il direttore dell'associazione Brian Kennedy -. Sosteniamo tutto ciò che sostiene l'industria edile. Non vogliamo essere d'intralcio alla tecnologia». 

Sono quindi i robot a soccorrere l'industria delle costruzioni che si trova ad affrontare una grave carenza di manodopera. Secondo una recente indagine condotta dall'Associated General Contractors of America, infatti, il 70% delle imprese di costruzione ha difficoltà a trovare lavoratori qualificati. Per paradosso, risulta più facile trovare un progettista che un manovale. «In questo momento stiamo veramente faticando a trovare persone qualificate che possano maneggiare un autocarro o persino far funzionare un impianto», ammette Mike Moy, responsabile di uno stabilimento minerario alla Lehigh Hanson. «Nessuno vuole più sporcarsi le mani; tutti cercano un lavoro bello e pulito in un ufficio». Nello stabilimento minerario della sua azienda a Sunol, in California, Moy sta risparmiando tempo e denaro utilizzando un drone per misurare i giganteschi cumuli di roccia e sabbia che la sua azienda vende per il settore dell'edilizia. Quello che un normale impiegato riusciva a misurare in una giornata di lavoro, ora il drone è in grado di farlo in 25 minuti. In aggiunta a questo la macchina può raccogliere molti più dati e molto più precisi, disegnare mappe, rilevare terreni danneggiati o anomali. 

Alla Built Robotics, Ready-Campbell, fondatore e CEO dell'azienda, prevede il futuro del lavoro di costruzione come una partnership tra gli esseri umani e le macchine intelligenti.  «I robot fanno fondamentalmente l'80% del lavoro, che è più ripetitivo, più pericoloso, più monotono. E poi l'operatore fa il lavoro di qualità, dove c'è davvero bisogno di molta esperienza».

Economia circolare e nuovi modelli di business



Dall'azienda agricola all'industria meccanica, dalla Pmi del biomedicale all'azienda di servizi: l'Italia, povera di risorse, ha sempre praticato forme di uso efficienti, intelligenti e innovative della materia, partendo da concetti semplici, come riciclo e riuso, che oggi sono entrati a far parte del paradigma dell'economia circolare. Grazie a queste tradizioni virtuose e alla nostra capacità nazionale di ribaltare un limite in un'opportunità, siamo tra i Paesi più avanzati nella green economy e nell'economia circolare.

Le sfide ambientali che il surriscaldamento globale e i cambiamenti climatici ci stanno imponendo necessitano di misure specifiche per essere affrontate, ma nello stesso tempo possono rappresentare un'ulteriore occasione di crescita e sviluppo, proprio grazie all'economia circolare.
Tra i grandi Paesi europei, come certifica Eurostat, siamo quello con la quota maggiore di materia circolare (materia prima seconda) impiegata dal sistema produttivo: quasi un quinto del totale (18%), ben davanti alla Germania (10,7%) unico Paese più forte di noi nella manifattura. L'Italia, infatti, con 256,3 tonnellate per milione di euro prodotto, è il più efficiente tra i partner europei nel consumo di materia, subito dopo il Regno Unito, che impiega 223,4 tonnellate di materia per milione di euro e che ha però un'economia più legata alla finanza.

Come si legge nello studio "100 Italian circular economy stories", presentato da Enel e Fondazione L'economia circolare, come spiegano i promotori, permette ai territori di lanciare e sviluppare “nuovi modelli di business” che integrano innovazione e sostenibilità come scelta strategica di competitività. Quello descritto nello studio di Enel e Fondazione Symbola, è un modello di riciclo e riuso che non riguarda solo le grandi imprese, ma anche le piccole e medie, comprese istituzioni, associazioni e cooperative, che hanno avuto la capacità di anticipare i tempi e di adottare pratiche e processi industriali virtuosi.

Symbola, l'Italia ha migliorato la sua performance rispetto al 2008 dimezzando il consumo di materia, facendo molto meglio rispetto alla Germania che, oggi, impiega 423,6 tonnellate di materia per milione di euro.

E per valorizzare chi, nelle città metropolitane o in provincia, da anni contribuisce a rendere più efficiente e competitiva la nostra economia, attraverso un comportamento responsabile e un uso più efficace delle risorse esistenti, Confindustria Forlì-Cesena ha promosso un progetto con l'obiettivo di promuovere la divulgazione di un modello di creazione del valore economico, sociale ed ambientale rigenerativo by design e fare cultura d’impresa attraverso delle Best practice aziendali, dando impulso alle idee di business di giovani start-up e PMI innovative. Il progetto verrà presentato durante l'iniziativa “Economia Circolare dalla teoria alla pratica” che si terrà il 20 marzo presso il TeachingHub del Campus Universitario di Forlì.

L'appuntamento – promosso con la collaborazione di Confindustria Emilia Romagna Ricerca - CERR, Romagnatech, Cesena Lab, Università di Bologna Dipartimento di ingegneria Industriale e Dipartimento di ingegneria dell’Energia Elettrica e dell’Informazione sedi di Forlì e Cesena, Cariromagna - Gruppo Intesa Sanpaolo – è stato anticipato da un'attività di analisi nei sette mesi precedenti durante la quale gli specialisti del Circular Economy Project dell’Innovation Center di Intesa Sanpaolo e di Confindustria Forlì-Cesena, hanno provveduto a fare un campionamento del livello di circolarità di 40 aziende del territorio emiliano-romagnolo.

Un'analisi, come ha spiegato Anna Monticelli, manager - Circular economy project di Intesa Sanpaolo, necessaria per «comprendere prima di tutti i bisogni delle imprese», dall'approvvigionamento energetico ai materiali innovativi, alla valorizzazione dei sottoprodotti e scarti. Assieme ai referenti delle aziende intercettate, si è cercato quindi di «valutare il loro livello di “circolarità”, per arrivare a costruire un portafoglio di soggetti impegnati su questo tema». Con l'obiettivo finale di «creare un modello di collaborazione tra imprese, territorio e associazionismo, perché quello dell'economia circolare è ancora troppo spesso un tema sottopesato».

Dal 2015 Intesa Sanpaolo è il financial services global partner della Fondazione Ellen MacArthur, organizzazione leader a livello mondiale nell’accelerazione della Circular Economy con Partner del calibro di Google, Nike, Unilever, Danone, Renault, H&M e centinaia di altre società, università e istituzioni che collaborano nell’ambito dei network attivi in Europa, USA e Brasile.
Il ruolo di una banca in questa trasformazione culturale e imprenditoriale – ha spiegato Monticelli – è di «favorire la transizione di imprese e consumatori verso questo nuovo modello puntando sulla presenza capillare sul territorio e sull’impatto a livello sistemico».

All'iniziativa di Confindustria Forlì-Cesena verranno presentate le espierienze di 9 startup nazionali (Alga&ZymeFactory, Energy Way, Glass To Power, Kerline, Nolpal, Prolibo, Sfridoo, Solwa, Totem), su un elenco di 50, che possono rappresentare gli acceleratori per l’industria del territorio.

Moda e lusso, le novità al prossimo TVLP



Microcapsule tecnologiche che inserite nei tessuti permettono di cambiare il colore dell’abito. Scarpe sportive strumentate. Guanti e accessori per misurare il respiro e il battito cardiaco. "Specchi magici" che riconoscono ergonomicamente il consumatore mentre indossa un abito in boutique. I progressi tecnologici stanno cambiando completamente le tecniche per disegnare e creare vestiti, per indossarli e per venderli, e stanno rivoluzionando il modo di fare business nel settore della moda e del lusso. Sarà quindi dedicato alla "rivoluzione fashion 3.0" il prossimo programma di imprenditorialità che il TVLP Institute promuove in Silicon Valley dal 21 al 26 maggio, al quale hanno già aderito top executives di un'importante multinazionale del lusso di Dubai e innovatori del Nord Africa. I candidati possono presentare una richiesta di partecipazione entro il 22 aprile.

Per il prossimo programma "x" nella formula "Blue", l'istituto di Menlo Park ha ideato un esclusivo format, un’accurata miscela per dare una formazione completa e intensiva ai partecipanti attraverso lezioni frontali con professori delle più prestigiose università della Silicon Valley (Stanford, Berkeley e Santa Clara), durante le quali verranno affrontate le più importanti tendenze del fashion marketing, le innovazioni nei retail, i nuovi modelli di business nei settori del lusso. Le attività in classe si alterneranno a momenti di mentoring individuali con investitori di successo ed ex executive delle più grandi imprese che hanno fatto la storia tecnologica del mondo. Il programma si completerà con visite ad aziende presenti nella Bay Area ed eventi di networking.

Acquire a Silicon Valley Mindset insieme ad altri leader del lusso e della moda
X-Blue maggio 2018

max 15 posti

www.tvlp.co
Scadenza domanda: 22 aprile 2018

Il programma TVLP di maggio è dedicato a chi vuole cambiare il modo di pensare, a chi vuole imparare dai fallimenti per non ripetere sempre gli stessi errori, a chi vuole condividere i propri progetti per arricchirsi del contributo di altri imprenditori e altri manager. E' un'occasione unica per confrontarsi con chi ha creato startup o quotato aziende o con chi, coltivando la propria idea imprenditoriale, ha realizzato colossi nei settori del lusso e della moda. 

Terminata la full immersion californiana gli imprenditori e gli executive entreranno a far parte della community TVLP: una “famiglia” internazionale in cui i componenti (che vanno dai 19 ai 60 anni e provengono da oltre 30 Paesi del mondo) parlano la stessa lingua perché tutti hanno fatto la medesima esperienza nel paese dove si concentra il 90% degli investitori internazionali.

Per partecipare al programma X è necessario compilare una domanda su www.tvlp.co entro il 22 aprile 2018 e superare una selezione volta e scegliere partecipanti di talento e coinvolti in imprese di successo.

Entro questa data è possibile inoltre inviare una propria candidatura per il programma “Flagship” che si svolgerà dal 16 luglio al 4 agosto, riservato a chi vuole sviluppare un nuovo progetto direttamente in Silicon Valley e acquisire un po’ tutte le competenze, dal lancio alla crescita del progetto imprenditoriale.

--> Qui la brochure

--> Qui l'application 
(ci sono diversi programmi; nella domanda di partecipazione, se sei interessato ai temi della moda e del lusso ricordati di selezionare "TVLPx blue, May 21 - 26, 2018")

Startup fanno passi da gigante con le self driving car



Si chiama Liberty; ha tre ruote e un motore a benzina; può raggiungere la velocità massima su strada di 160 km/h; ma ha anche un rotore dispiegabile che lo trasforma in elicottero, con un'autonomia di 500 chilometri in volo.
Pop.Up next, invece, assomiglia a una telecabina con tre rotori e quattro ruote; la parte inferiore si stacca dalla superiore: la prima serve per viaggiare su strade asfaltate o ferrate, la seconda invece è per volare.
Fantasia da serie tv? Nemmeno per sogno. Questi reali prototipi (il primo è un progetto dell'azienda olandese Pal-V, il secondo è ideato da Audi e Airbus assieme a Italdesign) sono stati presentati al salone di Ginevra dove le grandi case automobilistiche hanno fatto intendere come potrebbero essere gli spostamenti di domani su medie e lunghe distanze.
La lista dei mezzi che tra qualche anno potrebbero cominciare a circolare lungo le nostre strade è lunga, a dimostrazione che le aziende - sia i grandi marchi che le startup - stanno lavorando sodo per indicare la linea delle nuove tendenze.

Salone dell'auto di Ginevra 2018
Renault, per esempio, ha ideato un minibus a sei posti a guida autonoma, chiamato EZ-GO, che potrebbe entrare in produzione entro pochi anni, dopo aver messo a punto il prototipo esposto al salone elvetico. Altrettanto originale è il Rinspeed Snap, già presentato al CES di Las Vegas: si tratta di un modulo abitativo (Pod), arredabile a piacimento, che può essere spostato grazie a una base dotata di ruote (una sorta di skateboard), eventualmente condivisibile fra più utenti.
Già pronto per essere guidato è lo scooter a quattro ruote dell'azienda ticinese Quadro Vehicles: il Qooder - in vendita da aprile in Svizzera a circa 11.000 euro - monterà un motore a benzina da 400 cc, ma per la variante elettrica si dovrà attendere fino al primo trimestre 2019.
In Germania, da fine 2018, si vedrà sfrecciare il monopattino elettrico a tre ruote City Skater della Volkswagen: pesa 12 kg, è pieghevole, raggiunge una velocità massima di 20 km/h e ha un'autonomia di 20 km. L'azienda automobilistica tedesca sta però anche progettando lo Street Mate: una moto elettrica da pilotare in piedi, su una pedana, come un monopattino. Sempre in piedi sarà da condurre il Toyota i-Walk: mezzo elettrico a tre ruote, a passo variabile, è pensato per un impiego nelle aree pedonali. Dotato di intelligenza artificiale, in futuro potrebbe diventare un vero e proprio "amico" in grado di accompagnare il guidatore a fare la spesa, acquistando per lui oggetti visti in vetrina, grazie al commercio elettronico e alla sua connessione alla rete Internet.

Dal salone di Ginevra possiamo trasferirci nel cuore della Motor Valley italiana, a Modena. Proprio qui, dove sono nati i grandi marchi come Ferrari, Maserati e Pagani, si sta correndo per arrivare a testare a breve l'auto digitale. Sì, grazie ad un accordo tra il Comune, le università di Modena-Reggio Emilia e Trento e Fca, è nata Automotive Smart Area (Masa), un quartiere-laboratorio nell’area nord della città che farà da incubatore per testare i mezzi del futuro.

Il primo passo sarà quello di istituire un corso di laurea per formare laureati esperti di vetture ultraintelligenti, organizzato sul modello tedesco, direttamente presso le aziende. Ma è già stata avviata anche la sperimentazione della connessione tra le vetture e l'autostrada: una dozzina di chilometri sull'A22 Modena-Brennero, sono stati attrezzati con sensori, antenne, appositi dispositivi e altri strumenti in grado di accompagnare e dare indicazioni a un'auto appositamente attrezzata a ricevere ed elaborare i messaggi.

A Modena, l'Automotive Smart Area verrà allestita con semafori intelligenti, segnaletica digitale, sensori a livello strada e una connessione veloce 5G, capace di elaborare rapidamente i dati comunicati dalle auto. Quindi, come ha spiegato recentemente il professor Francesco Leali, del dipartimento di Ingegneria dell’Unimore, i veicoli «dialogheranno con l’ambiente circostante, per arrivare ad azzerare gli incidenti e dare la massima sicurezza sia ai pedoni che ai conducenti».

Quello dell'auto è quindi uno dei settori in rapidissima crescita, dove negli anni sono state portate avanti piccole innovazioni incrementali. Oggi, sulle auto senza conducente e sulla tecnologia autonoma, si sono fatti passi da gigante. Come dimostrano alcune startup promettenti che attirano talenti, ricercatori, ingegneri, specializzati in particolare in visione computerizzata, intelligenza artificiale, robotica. Su queste startup, ovviamente, stanno puntando gli occhi gli investitori della Silicon Valley.

Venite in Silicon Valley, restate al Sud!



Frederick Terman ha insegnato Ingegneria a Stanford. Ha avuto a che fare con centinaia di giovani promettenti, li ha preparati per gli esami, li ha visti crescere, ha ascoltato le loro ambizioni e i loro sogni. Ha dovuto anche constatare che, dopo la laurea, la maggioranza di loro accettasse l'idea di lasciare la California per cercare un "posto fisso" in una delle aziende della costa Est dell'America. Questa, per lui, era una sconfitta. E' vero, in quegli anni all'inizio del 1900, il territorio intorno a Stanford era una grande distesa di alberi e l’agricoltura era l’industria dominante. Ma perché tanti talenti abbandonano questo territorio?! Da qui l'invito che rivolgeva a tutti i "suoi ragazzi": «Mettete in pratica quello avete imparato all'università e abbiate il coraggio di fondare un'attività tutta vostra in questa regione». Un invito che è stato raccolto, inaspettatamente, da William Hewlett e David Packard: laureati da poco, scelsero di iniziare una piccola attività all'interno di un garage sulla Addison Avenue di Palo Alto. E proprio qui diedero vita al primo oscilloscopio, l'HP200A, che vendettero alla Walt Disney Studios. Da questo paese, della costa Ovest degli Stati Uniti, venne fondata l'HP, una delle imprese high-tech più famose al mondo, e prese il via la Silicon Valley così come la conosciamo oggi.

Anche l'Italia - con la sua manifattura, con le scuole di alta specializzazione, con i tanti ricercatori, preparati e appassionati - ha sul proprio territorio tante potenziali “Silicon Valley” che, però, raramente trovano le opportunità per decollare.
Non è esagerato sostenere che la conformazione naturale del Sud Italia ha delle caratteristiche simili alla California: il sole che scalda tutto l'anno, il mare che abbraccia la terra, le ottime università che formano migliaia di giovani talenti. Purtroppo sono centinaia i giovani laureati che ogni anno abbandonano la propria terra per cercare un posto fisso nella pubblica amministrazione o nelle aziende del Nord.

Il Sud dovrebbe invece valorizzare e trattenere le sue menti brillanti. Così come fece nei primi decenni del Novecento la California, una terra che oggi attira talenti da tutto il mondo.

A partire da questo dato di fatto, l'istituto americano TVLP e Digital Media, già alleati per diffondere la cultura imprenditoriale della Silicon Valley anche in Italia hanno deciso di lanciare due speciali borse di studio "Resto al Sud Scholarship for generating innovation in South Italy" rivolte a ricercatori e innovatori più talentuosi residenti al Sud, che potranno così mettersi alla prova e perfezionare le proprie capacità in Silicon Valley, partecipando a uno dei programmi internazionali in innovazione e imprenditorialità tecnologica che si svolgeranno tra maggio e agosto 2018.


Studiare imprenditorialità non è soltanto per aspiranti imprenditori o per chi ha avviato un’attività o un’azienda, ma per chiunque voglia acquisire un nuovo modo di pensare e di concepire la propria crescita professionale. L’imprenditorialità - quella che s’impara in Silicon Valley - non si legge in un libro; è una cultura, un modo di essere e di lavorare che può cambiare la vita. Partecipare a uno dei programmi di TVLP non significa abbandonare il proprio paese e il tessuto in cui si è cresciuti e ci si è formati. Vuol dire, piuttosto, accettare di "contaminarsi" con lo stile americano per diffonderlo, una volta rientrati in Italia, nei luoghi di lavoro e di formazione.

Per questo motivo le borse di studio sono pensate in particolare per chi sviluppa un progetto ad alto contenuto tecnologico o scientifico - in ogni settore, dall'Intelligenza Artificiale alle Scienze della vita - ma che ha limitate risorse economiche. La commissione valuterà i migliori progetti che saranno in grado di valorizzare le ricchezze del Sud Italia e i candidati più determinanti a tornare/restare nel proprio territorio di origine.

«Con questa borsa di studio – spiega Roberto Zarriello, fondatore di Digital Media – prosegue il nostro impegno a diffondere sempre più la cultura digitale, raccogliendo le esperienze e le buone pratiche della Silicon Valley da replicare qui in Italia. Per questo abbiamo scelto di sostenere in particolare quei giovani residenti al Sud che scelgono di non trasferirsi in un'altra città o un altro paese e di costruirsi il successo sul proprio territorio».

Durante i Technology Venture Launch Program i partecipanti avranno l’opportunità di essere affiancati da imprenditori seriali, venture capitalist e docenti americani che insegnano nelle più prestigiose università della Silicon Valley (Stanford, Berkeley e Santa Clara). Potranno confrontarsi con investitori, imprenditori, scienziati e colleghi in occasione di talk ed eventi di networking o durante le visite a incubatori, startup o grandi aziende presenti in California. Al termine del programma i partecipanti entreranno poi a far parte della Community di TVLP che raccoglie talenti da oltre trenta Paesi del mondo, promuove scambi, nuove collaborazioni, eventi e missioni internazionali. L’iniziativa fa parte del progetto del TVLP Institute di sostenere i “sud” del mondo e quella speciale “innovazione” che esce fuori dai lavoratori dell’università. Azioni simili si stanno sviluppando nelle altre 30 nazioni da cui TVLP riceve domande di partecipazione ai sui programmi.

«Fino a qualche decennio fa il territorio intorno a Stanford era una grande distesa di alberi e l’agricoltura era l’industria dominante. Nonostante questo proprio qui giovani laureati, iniziando a lavorare dentro il garage di casa dei genitori, hanno creato delle startup che con gli anni si sono trasformate in aziende di successo – commenta Francine Gordon, direttrice della Faculty di TVLP Institute –. Siamo convinti che anche l'Italia, con la sua manifattura, con le scuole di alta specializzazione, con i numerosi ricercatori, preparati e appassionati, abbia sul proprio territorio tante potenziali “Silicon Valley” che, però, raramente trovano le opportunità per decollare».

Per candidarsi alla selezione bisogna aver compiuto 21 anni e inviare la domanda di partecipazione entro il 25 marzo 2018 indicando il proprio percorso formativo, l’idea o il progetto a cui si sta lavorando, oltre ai motivi per cui si è interessati al programma in Silicon Valley. Le domande saranno valutate in ordine d’arrivo; sarà data precedenza ai progetti con un grande impatto sociale, e ai proponenti con limitate risorse finanziarie.

Informazioni e application su www.tvlp.co

“Meltdown” e “Spectre”: bug per hacker, ma opportunità per imprenditori



Non solo programmi o sistemi operativi, ma anche i microprocessori – il “cuore” dei pc e della maggior parte delle moderne apparecchiature elettroniche – hanno mostrato delle preoccupanti falle nella sicurezza. È questo l’allarme lanciato a fine 2017 da alcuni ricercatori di Google che hanno “battezzato” il fenomeno con nomi decisamente inquietanti: “Meltdown” (collasso, disfacimento, tracollo) e “Spectre” (spettro).

Sembra essere tornati indietro vent’anni quando, alla vigilia del nuovo millennio, tecnici ed esperti annunciarono che i computer del mondo sarebbero andati in tilt l’1 gennaio 2000. Della sindrome “Millennium Bug” che ne è stato?

Ora, gli effetti di Meltdown e Spectre non sono ancora chiari. Ma questo recente episodio impone una riflessione. Siamo entrati a tutti gli effetti nell’«era dei dati» (si calcola che in Europa il trattamento dei dati digitali di qui al 2020, arriverà a 740 miliardi, pari al 4% del Pil); d’altro canto la criminalità informatica ai danni di imprese e organizzazioni si sta diffondendo sempre di più. Mentre le imprese e i professionisti sono preoccupati per la vulnerabilità dei propri sistemi informatici, questo nuovo bisogno di sicurezza può aprire nuove opportunità lavorative e far nascere nuove imprese. Non a caso uno dei settori che attirerà più investimenti dai venture capitalist nel 2018 è appunto la Cyber Security.

Perché “Meltdown” e “Spectre” sono pericolosi

Procediamo con ordine. Cosa sappiamo di queste due falle? “Meltdown” – a quanto riferiscono gli esperti – sembra al momento colpire soprattutto i chip costruiti dalla Intel (la grandissima maggioranza), e permetterebbe di aggirare la barriera fra i singoli programmi fatta dal sistema operativo, facilitando il furto dei dati. Insomma mentre i virus fino ad ora conosciuti utilizzavano le falle del sistema operativo (Windows il più colpito), ora si scende più in profondità utilizzando per la prima volta una falla del microprocessore. Per comprendere meglio: i microprocessori hanno meccanismi per velocizzare l’esecuzione dei programmi che memorizzano e in qualche modo anticipano la prossima istruzione e i relativi dati. Se inserito in un server - su cui sono in funzionamento più macchine virtuali o più istanze cloud - uno stesso microprocessore elabora contemporaneamente i dati di più utenti. Utilizzando una falla nel processore, un hacker riuscirebbe quindi ad ottenere l’accesso ai dati dei vari utenti.

«È stato chiamato Meltdown perché “fonde” i confini di sicurezza normalmente imposti dall'hardware – ha spiegato il giornalista Josh Fruhlinger, su Cso online –. Sfruttando Meltdown, un hacker può utilizzare un programma in esecuzione su una macchina per accedere ai dati provenienti da quella parte di macchina che il programma normalmente non dovrebbe essere in grado di vedere, inclusi i dati appartenenti ad altri programmi e i dati ai quali solo gli amministratori dovrebbero avere accesso».

Spectre”, invece, risulta potenzialmente ancora più grave perché riguarda tutti i fabbricanti di microprocessori.
I rischi sembrerebbero acuirsi nel caso dei dati custoditi nei server remoti, in macchine virtuali in esecuzione sulla stessa macchina fisica, e nei sistemi “cloud”, in cui è sufficiente che la vulnerabilità di un singolo sistema sia compromessa per mettere a repentaglio tutti i dati che si trovano sull’intero server. Tuttavia, per poter sfruttare queste falle occorre un livello molto alto di capacità tecnologiche, il che limita alquanto i rischi effettivi e genera un po’ di vantaggio per chi sta lavorando su soluzioni per risolvere completamente queste falle.

Sfruttando le varianti di Spectre, prosegue Josh Fruhlinger, un hacker «può fare in modo che un programma riveli alcuni dei propri dati che avrebbero dovuto essere tenuti segreti. Il nome di Spectre deriva dall’esecuzione speculativa (un chip che cerca di prevedere il futuro per lavorare più velocemente, ndr.), ma deriva anche dal fatto che sarà molto più difficile fermarsi». Se da un lato i programmatori stanno mettendo a disposizione alcune “pezze” di protezione, in futuro «verranno senza dubbio scoperti altri attacchi: questo è l’altro motivo per cui è stato scelto il nome di “Spectre”, che ci infesterà per un bel po’ di tempo».

Dati e sicurezza

Ogni giorno, ognuno di noi, produce e consuma informazioni, attraverso le connessioni da pc o da smartphone, le ricerche su internet al lavoro o nel tempo libero. Questo comporta inevitabilmente dei rischi per le imprese, per la pubblica amministrazione, per i professionisti e per i cittadini.

La facilità con la quale ci scambiamo informazioni, memorizziamo indirizzi, archiviamo numeri e profiliamo comportamenti, oppure anche solo la naturalezza con cui navighiamo sul web e utilizziamo servizi cloud, non deve far dimenticare la vulnerabilità dei nostri comportamenti. Anche operazioni banali e quotidiane – come ci hanno dimostrato le scoperte su Spectre e Meltdown – possono diventare preda non solo degli hacker, ma anche dei concorrenti; i dati contenuti nei nostri server possono essere utilizzati a nostra insaputa o a nostro danno.

Secondo uno studio pubblicato recentemente da McAfee e dal think-tank Center for Strategic and International Studies (CSIS), la criminalità informatica costa 600 miliardi di dollari all’anno in tutto il mondo, una cifra che sta aumentando a causa della crescente competenza degli hacker e dell’aumento delle criptovalute. «Il digitale ha trasformato quasi ogni aspetto della nostra vita, inclusi il rischio e il crimine, quindi l’attività criminale è più efficiente, meno rischiosa, più redditizia e più facile che mai» ha spiegato Steve Grobman, esperto di McAfee, specializzato nella protezione contro gli attacchi informatici.

I big si organizzano

Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, che si è svolta lo scorso 16 febbraio, nove grandi aziende di diversi settori – Airbus, Allianz, Daimler, IBM, NXP, SGS, Deutsche Telekom e Siemens – hanno siglato una “carta” (“Charter of Trust on Cybersecurity”) che sollecita una serie di azioni collettive volte a salvaguardare i sistemi digitali dai cyber attacchi. La proposta è articolata in 10 aree di intervento in materia di sicurezza informatica in cui i governi e le imprese dovrebbero entrambi recitare un ruolo attivo. Tra i suggerimenti c’è in primo luogo la richiesta che la responsabilità della cyber security sia assunta ai massimi livelli istituzionali e aziendali, con l’introduzione di un ministero dedicato nei governi e un responsabile della sicurezza delle informazioni presso le compagnie.

Si richiede, inoltre, che le aziende stabiliscano certificazioni obbligatorie e indipendenti per infrastrutture e soluzioni critiche, soprattutto laddove possono verificarsi situazioni pericolose, ad esempio con veicoli autonomi o robot, che interagiranno direttamente con l’uomo durante i processi di produzione. In futuro, le funzioni di sicurezza e protezione dei dati dovranno poi, secondo il documento, essere preconfigurate come parte delle tecnologie e le normative sulla cyber sicurezza dovranno essere incorporate negli accordi di libero scambio. I firmatari della Carta richiedono infine maggiori sforzi per promuovere la comprensione della sicurezza informatica attraverso l’apprendimento e la formazione continua, nonché l’attivazione di iniziative internazionali sul tema.

Restringendo i confini all'Italia, il quotidiano Sole24Ore ha calcolato che in media un’azienda manifatturiera deve far fronte a una ventina di milioni di costi per eventuali attacchi di virus informatici, frodi e spionaggio industriale. Questo sta convincendo molte imprese a investire nella sicurezza.

E gli imprenditori

Se avete letto fino a qui dovreste aver maturato due pensieri principali. Il primo è che amiamo vivere in un mondo connesso in cui tutto è a portata di un click, ma anche che questo genera dei rischi. Il secondo è che proteggere il nostro computer con un antivirus, con aggiornamenti periodici dei nostri software, o cui un comportamento attento nella scelta di password, non è più sufficiente; la sicurezza dei nostri dati passa attraverso l’attenzione di chi ci sta intorno iniziando dal nostro gestore di rete a chi gestisce i server o chi sviluppa i nostri servizi cloud preferiti.

Entrambe le riflessioni dovrebbero averci reso chiaro che indietro non si torna e grandi aziende e governi si stanno dando tanto da fare per impostare delle regole comuni poiché la sicurezza del prodotto di un’azienda è comunque legata alle accortezze di un’altra.

In termini imprenditoriali ci dobbiamo quindi aspettare una crescita della richiesta di prodotti in sicurezza promossi anche dalla legislazione in questa materia. Insomma, nuove opportunità per gli imprenditori che sapranno annusare questi bisogni e risolverli con nuovi prodotti o servizi.
I pericoli di Spectre e Meltdown, se non attentamente stimati, potranno mettere fortemente in pericolo quelle aziende che mantengono da anni prodotti informatici obsoleti, spesso in forma di virtualizzazioni e non cloud, e che rischiano di soddisfare, troppo tardi rispetto alla concorrenza, la necessità di portare la loro soluzione informatica in una nuova è più sicura tecnologia.

Tra i settori più potenzialmente a rischio ci sono quelli in cui la tecnologia ha bassa pervasività, come nei piccoli studi professionali. Qui si apriranno interessanti opportunità per giovani imprenditori che masticano cloud e sicurezza.

Per tutti noi, comuni utilizzatori di dispositivi elettronici, una consolazione può arrivare dalle grandi aziende della Silicon Valley, dove i dipendenti amano far vedere che tra loro non ci sono segreti. E’ prassi comune, per esempio, aggiungere in una conversazione via email un nuovo destinatario senza cancellare il testo dei messaggi precedenti dal corpo della mail; oppure è un fatto naturale, confidando nella discrezione dei vari interlocutori, condividere file in folder in cloud a cui accedono tutti.

Ecco, dovremmo comportarci così, consapevoli che chiunque può un po’ spiarci, e vivere senza segreti. Ci preoccuperemmo di meno.


Paolo Tomassone

Robot e umani a braccetto per costruire il lavoro del futuro



Il progresso tecnologico e la globalizzazione incidono in modo decisivo sul mercato del lavoro. Secondo la legge di Moore – che ha preso il nome da Gordon Moore, cofondatore di Intel – la potenza di un microprocessore «raddoppia ogni 18 mesi e quadruplica quindi ogni 3 anni». In sostanza un chip dei nostri giorni è circa 70 miliardi di volte più potente di quello degli anni 70. E fra una decina d’anni sarà migliaia di miliardi di volte superiore a quello attuale e di dimensioni sempre più ridotte. Se a questo si aggiungono i progressi attraverso l'intelligenza artificiale, il riconoscimento vocale, le nanotecnologie e la robotica in generale, gli esperti si aspettano la scomparsa del 60% degli attuali posti di lavoro. Quelli più penalizzati saranno i lavori manuali e intellettuali-esecutivi che verranno assorbiti dalle macchine o trasferiti nei Paesi emergenti.

Ma sarebbe un errore concentrarsi solo sulle conseguenze negative di questa rivoluzione globale e combatterla. Si tratta di rivoluzioni cicliche non troppo diverse ad esempio da quella che ha sostituito negli anni ‘70 le centraliniste con la commutazione automatica delle telefonate, o ha fatto sparire mestieri come gli spazzacamini. Da Davos dove si sono incontrati in questi giorni i potenti della terra per il World Economic Forum, sono arrivate notizie incoraggianti che portano a guardare al futuro del lavoro con positività.

Nuovi spazi per il lavoro

Oggi il lavoro rappresenta in tutto il mondo uno dei problemi cruciali perché il suo mercato è in crescente squilibrio. Le statistiche sull’occupazione e la disoccupazione variano di giorno in giorno e da fonte a fonte, e i rimedi cui ricorrono i diversi governi non sempre risultano efficaci. È opportuno quindi soffermarsi un attimo sugli effetti dell'automazione sulle professioni e sui numeri legati al progresso tecnologico.
Se vent’anni fa occorrevano 60.000 operai per costruire un milione di automobili, oggi, grazie ai robot e ai nuovi sistemi organizzativi, ne bastano 20.000. 
Come ha calcolato l'economista e già presidente di Nomisma, Nicola Cacace, nel 1891, quando la popolazione italiana era meno di 40 milioni, in un anno si lavorava per un complesso di 70 miliardi di ore. Cento anni dopo, nel 1991, gli italiani erano diventati 57 milioni ma lavoravano solo 60 miliardi di ore, eppure riuscivano a produrre ben tredici volte di più. Nel 2016 gli italiani sono diventati 61 milioni, hanno lavorato 40 miliardi di ore e hanno prodotto il 59% in più, essendo il Pil salito dai 1.268 miliardi di dollari del 1991 ai 2.142 miliardi del 2016.


«Fra dieci anni – spiega il sociologo Domenico De Masi nel libro Lavoro 2025. Il futuro dell'occupazione (e della disoccupazione), ed. Marsilio, 2017 – gli abitanti del pianeta saranno 8 miliardi: un miliardo più di oggi. Nel frattempo la potenza dei microprocessori sarà diventata centinaia di miliardi di volte superiore a quella attuale, i robot avranno sostituito molti operai, le macchine digitali molti impiegati e l'intelligenza artificiale parecchi creativi. Se a questo sviluppo tecnologico si aggiunge l'avanzata via via più rapida della globalizzazione, ci si rende conto che riusciremo a produrre sempre più beni e servizi con sempre meno lavoro umano».

Macchine che pensano cose

Il problema dell'automazione e l'idea che stia portando via lavoro, non è affatto nuovo. Ma il dibattito, come ha fatto notare James Manyika, senior partner di McKinsey & Company, durante una conversazione organizzata da McKinsey Global Institute (MGI), si è surriscaldato negli ultimi tempi probabilmente per un paio di macro motivi. «Negli ultimi anni, abbiamo assistito a progressi abbastanza straordinari raggiunti con l'intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e la robotica. Negli ultimi 5 anni abbiamo fatto più progressi in alcuni sistemi di quanto non abbiamo visto negli ultimi 50 anni». In passato “automatizzare” un processo produttivo significava fondamentalmente aggiungere un muscolo o un braccio meccanico a ciò che le persone già facevano.
«Oggi – prosegue Manyika – abbiamo realizzato macchine che oltre ad aggiungere muscoli o automatizzare compiti di routine, fanno cose completamente nuove e diverse. Abbiamo a che fare con macchine che stanno effettivamente imparando a fare qualcosa, stanno scoprendo modelli, stanno scoprendo le cose stesse».

Questo grazie ai progressi compiuti dalle tecniche algoritmiche, alla quantità di potenza di calcolo dei computer (alle CPU [unità di elaborazione centrale] classiche, sono state aggiunte le GPU [unità di elaborazione grafica]); alla disponibilità di dati che le persone ogni giorno producono e che vengono “ospitati” nei grandi server.
Dalla riduzione dei tassi di errore alla capacità di fare meglio le previsioni, fino alla possibilità di scoprire nuove soluzioni o intuizioni, i vantaggi per le imprese che decidono di investire in intelligenza artificiale sono difficili da ignorare. Così come è difficile contestare i benefici per gli utenti singoli: siamo diventati sempre più a nostro agio grazie alla tecnologia, sia nell'assistenza per il riconoscimento vocale che in altre tecniche utili. I vantaggi dell'intelligenza artificiale sono chiari: agli utenti, all'economia e alle imprese.

Come rileva l'approfondimento di McKinsey per affrontare gli effetti e le opportunità dell'automatizzazione nel mercato del lavoro, bisogna essere capaci di rispondere ad altre domande: cosa costerà sviluppare e implementare queste nuove tecnologie? In che modo giocherà nelle dinamiche del mercato del lavoro in termini di costi relativi per far sì che le persone lo facciano? Qual è la disponibilità di persone che possono svolgere questo compito al posto di una macchina? Come garantire la qualità anche nei lavori automatizzati? Quali saranno le competenze richieste alla forza lavoro? Tutti interrogativi a cui si cercherà di dare una risposta nei prossimi anni. Intanto non mancano i segnali incoraggianti.

Davos

Secondo uno studio presentato da Accenture – basato su interviste a top manager e lavoratori di aziende di 11 paesi nel mondo, tra cui l'Italia – entro il 2022, l'intelligenza artificiale potrà incrementare i ricavi delle imprese del 38% e far crescere l'occupazione del 10%. Ma a patto che i CEO sappiano aggiornare i modelli di business e soprattutto formare i dipendenti all'uso delle tecnologie intelligenti. Per l'economia mondiale globale, questo si tradurrebbe in una crescita dei profitti pari a 4,8 trilioni di dollari. A queste condizioni, anche il livello di occupazione potrebbe beneficiare di un aumento del 10%. 

È vero: gli esperti a Davos hanno calcolato che, entro il 2020, nelle quindici maggiori economie mondiali l’automazione taglierà 5 milioni di posti di lavoro. La Banca d’Inghilterra, dal suo osservatorio, ha previsto che entro i prossimi dieci-vent’anni scompariranno 15 milioni di posti nel mondo. La McKinsey ha calcolato che il 45% delle attività lavorative siano computerizzabili già oggi, con le tecnologie attualmente disponibili. Se dovesse migliorare la capacità verbale dei computer, la percentuale salirà al 60%.

Ma l'intelligenza artificiale potrà avere un ruolo centrale per il business e cambierà le attività quotidiane. Il 72% dei 1.200 top manager intervistati nello studio di Accenture crede che la tecnologia intelligente sarà strategica per ottenere un vantaggio competitivo sul mercato. Secondo il 61% dei manager, nei prossimi tre anni, crescerà il numero delle figure professionali che utilizzeranno quotidianamente l'intelligenza artificiale. Al tempo stesso il 69% dei 14.000 lavoratori intervistati è consapevole dell'importanza di sviluppare competenze che permettano di lavorare con le macchine intelligenti. Tuttavia, si riscontra ancora un ampio divario tra l'apertura dei lavoratori verso l'intelligenza artificiale e le iniziative concrete avviate dei manager per favorire la loro riqualificazione: questo mette a rischio le potenzialità di crescita. Infatti, sebbene il 54% dei dirigenti aziendali consideri la collaborazione uomo-macchina cruciale per il business, solo il 3% ha previsto un aumento significativo degli investimenti nella riqualificazione dei propri collaboratori entro i prossimi tre anni. 

«Per riuscire a crescere nell'era dell'intelligenza artificiale, le aziende devono investire di più in formazione, al fine di preparare i dipendenti a un nuovo modo di lavorare in cooperazione con le macchine», ha commentato Marco Morchio, Accenture Strategy Lead per Italia, Europa Centrale e Grecia. La ricerca mette chiaramente in luce l'importanza di aumentare gli investimenti nelle competenze IA anche per sostenere l'occupazione: il 63% dei dirigenti ritiene, infatti, che la propria azienda potrebbe creare nuovi posti di lavoro grazie alle nuove tecnologie. Allo stesso tempo, il 62% dei lavoratori si aspetta un impatto positivo dell'intelligenza artificiale sul proprio lavoro. 

Secondo Accenture va ripensato il lavoro partendo dai lavoratori, partendo dai compiti, anziché dai ruoli, e assegnare i task di volta in volta a macchine e persone, bilanciando la necessità di automatizzare il lavoro con quella di valorizzare le capacità delle persone e va incanalato il potenziale della forza lavoro verso aree che possono creare maggior valore, oltre ovviamente ad accelerarne la riqualificazione.

“Se avessi chiesto alla gente cosa voleva, mi avrebbero detto cavalli più veloci” disse Harry Ford agli scettici sul successo delle automobili. I cambiamenti e il progresso tecnologico non si possono cambiare. Si possono invece comprendere e non farsi travolgere anticipando quello che succederà.
Bisogna guardare un po’ più in là e immaginare il futuro. Cosa che può fare solo l’uomo.


Paolo Tomassone

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