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Mindset Toolkit: espandere le opportunità trasformando noi stessi

Inizia a cambiare il mondo cambiando te stesso con queste 12 regole. Sono strumenti cruciali per essere un buon leader nella vita personale e nel lavoro.



Cambiare il mondo non è facile, gli imprenditori lo sanno. Un ottimo punto di partenza è acquisire nuove competenze per interagire meglio con gli altri ed essere un buon leader. Ci sono 12 insegnamenti che mi hanno aiutato a trasformare i Sentimenti, le Azioni, la Comunicazione e il Pensiero (F.A.C.T. in inglese - Feelings, Actions, Communication, Thinking in me stesso, i miei colleghi e le migliaia di persone che hanno partecipato a ciò che ora chiamo i miei "super seminari" (workshop sembrava una parola troppo scontata).

1. La percezione NON è la realtà

Come molti, sono cresciuta pensando che la visione del mondo che i miei sensi mi trasmettono sia la "realtà". A poco a poco, attraverso l'educazione e l'esperienza, ho capito che non è proprio così. Quando studiavo fisica al Case Institute of Technology (università americana, ndr) ho imparato quanto sia diversa la realtà del nostro universo dalla mia percezione di esso. Oggetti solidi? Ci sono soprattutto spazi vuoti. Luce visibile? Questa è solo una minima parte dello spettro elettromagnetico, quella che i miei occhi possono rilevare. Da allora ho trovato molti esempi di quanto facilmente la nostra percezione della realtà sia distorta dal modo in cui funziona il nostro cervello. Le illusioni ottiche sono una potente dimostrazione di questa considerazione. Ho imparato che ci sono situazioni anche nel quotidiano in cui non riesco a vedere, ascoltare, o valutare con precisione. Ho quindi sviluppato un sano scetticismo verso tutto ciò che il mio cervello mi dice "essere realtà". Ho imparato ad essere più umile verso tutto ciò che ritengo essere "vero" e approcciarmi sempre con una mente più aperta. Con tanta flessibilità!

2. Il complesso NON è complicato

Sebbene gli uccelli volano in stormi, abbastanza vicini tra loro, in qualche modo riescono a eseguire il loro balletto aereo senza collisioni a mezz'aria. Questo è solo uno di tanti fenomeni facilmente osservabili che sembrano complicati, ma sono semplicemente complessi. La teoria della complessità ha dimostrato che principi relativamente semplici possono essere alla base di situazioni apparentemente complicate. Sapere questo mi ha ispirato a cercare principi e schemi organizzativi in tempi tumultuosi. Anche se non riesco a percepire i modelli sottostanti, non trovo più intimidatorio affrontare una situazione che sembra complicata perché so che esiste una possibilità che si trovi un semplice ordine.


3. NON ESISTE UN LIMITE - Tranne nella nostra mente

I maggiori ostacoli che ho incontrato nella mia vita sono stati autoimposti. I cervelli umani adulti sembrano prontamente abbracciare il pensiero negativo e superare questa tendenza richiede consapevolezza e disciplina. Le possibilità si moltiplicano quando smetto di pensare agli ostacoli e comincio a chiedermi "Cosa è possibile?", "Cosa sembra impossibile?" e "Cosa renderebbe impossibile?" Ipotesi e credenze autolimitanti uccidono molte idee prima ancora che vengano espresse [sopratutto in culture poco propense al rischio e paurose dei fallimenti, ndr]. La logica e la ragione ci mancano perché non possiamo percepire la realtà o l'intero insieme di possibilità. Serendipità e balzi intuitivi sono l'approccio giusto per scoprire nuove possibilità. Devo opporsi e sostituirsi a voler "sapere esattamente cosa succederà prima di iniziare" che induce ansia e spaventa facendo abortire ogni avventura anche prima che inizi! [Il limite è il 'box', la scatola, ndr]

4. Sostituisci il giudizio con la curiosità

Ricordo bene il giorno nell'agosto 1995 quando ho scoperto che cervello è una macchina per votare, giudicando costantemente se qualcosa è buono o cattivo, giusto o sbagliato, se ci piace o no, se siamo d'accordo o in disaccordo con un particolare punto di vista. Questo modo di pensare polarizzato non lascia spazio a sfumature nel nostro pensiero. A poco a poco invece ho imparato ad apprezzare le "sfumature di grigio" e il valore di essere curiosa di sapere punti di vista diversi e l'opinione degli altri. Non penso più che il mio modo di ottenere risultati sia l'unico modo, piuttosto - nel mio lavoro di formatore e consulente - cerco di aiutare le persone a scoprire ciò che è possibile invece di guidarli in una direzione in cui penso debbano andare.


5. La Collaborazione vince sulla Competizione

Non ho mai praticato sport agonistici e sin dalla tenera età ho avuto un'avversione nei confronti di giochi che avevano vincitori e perdenti, soprattutto se ero io la perdente. Anche se i miei voti scolastici erano eccellenti, ho evitato sempre di confrontarli con quelli degli altri. Mia madre mi ha sempre detto "Ci sarà sempre qualcuno migliore di te e qualcuno peggiore di te". La collaborazione, d'altro canto, mi ha sempre incuriosita. A 10 anni ho radunato i bambini del quartiere per costruire delle tende e campeggiare nei boschi vicino a casa; insieme abbiamo fatto dei viaggi in bicicletta che i nostri genitori non ci avrebbero mai fatto fare da soli. Da adulta, nel corso della mia carriera professionale [tra startup e aziende tecnologiche della Silicon Valley, ndr] ho scoperto che "allargare la torta" è più redditizio che discutere su chi ottiene la quota maggiore di poche briciole.

6. Diverso ≠ Carente

Per tutta la vita ho rappresentato il "diverso". Quando ho lavorato alla HP come ingegnere uno dei miei amici mi ha dato un libro intitolato "Un pavone nella terra dei pinguini". Leggerlo mi ha aiutato a capire perché mi sentissi così fuori posto. La ricerca ha dimostrato che i team diversificati hanno un vantaggio rispetto a quelli monolitici. Le organizzazioni imprenditoriali più sono diversificate maggiori sono i risultati commerciali che producono. Sicuramente è difficile affrontare le differenze - culturali o linguistiche - ma i vantaggi sono innegabili. Immagina una squadra di baseball con 9 fantastici catcher [il giocatore che raccoglie la palla, ndr] e nessun buon battitore: non potrebbero vincere, ovvio! A parte i più comuni tipi di diversità come il genere e l'etnia, ho trovato differenze nel modo di pensare e nello stile di lavoro ancora più difficili da gestire - ed estremamente preziose nel creare un team vincente.

7. Impossibile è semplicemente difficile

Ci sono dozzine di famosi esempi di eventi quotidiani che sono stati etichettati come "impossibili" da alcuni ad un certo punto della storia. Prima della loro invenzione, gli esperti hanno deriso l'idea di aeroplani, missili, computer domestici e chirurgia cerebrale. Leader conclamati proclamarono che radio, telefoni, TV e automobili non avrebbero mai avuto successo commerciale. Ma la verità è che poiché questi esperti non riuscivano ad immaginare COME rendere queste innovazioni funzionali le l'hanno etichettate come "impossibili". Anche l'essere umano più intelligente non può sapere tutto. E il futuro porta spesso a cambiamenti nelle condizioni a contorno, in circostanze che invalidano le precedenti valutazioni di fattibilità. Ho sviluppato una salutare indifferenza per qualsiasi cosa etichettata come "impossibile". Per me quella parola significa solo che non abbiamo trovato un modo. . . ANCORA!



8. La maggior parte degli errori è evitabile

Sebbene sia attrezzata per le mie competenze nel supportare i miei clienti con strumenti sofisticati di leadership ed efficientamento dei team, i problemi che affrontano raramente richiedono più dei modelli e delle intuizioni di base. La maggior parte dei team continua a fallire per motivi del tutto prevedibili ed evitabili, come l'incapacità di costruire la fiducia reciproca, l'incapacità di comunicare in modo efficace, l'assenza di obiettivi chiari e condivisi, e la mancanza di un accordo su priorità che devono guidare l'assegnazione di tempo, budget e altre risorse limitate. 
Un esempio memorabile di errore evitabile è la storia di una balena monitorata usando un trasmettitore attaccato al suo corpo ma immediatamente scomparsa dopo l'immersione perché il dispositivo non era impermeabile! Buon senso e applicazione delle conoscenze anche più basilari a volte diventa non una pratica comune. Dobbiamo invece imparare a operare in maniera disciplinata e FARE tutto ciò che possiamo per raggiungere un risultato.

9. La creatività è rischiosa e disordinata

Sperimentare! Molte organizzazioni affermano di desiderare prodotti e servizi più innovativi, ma non forniscono un ambiente favorevole alla confusione associata alle attività creative. Il processo creativo non è lineare. Quando si fa innovazione e ricerca, non è detto che spendendo il 50% del budget ci siano altrettanti progressi del 50% verso gli obiettivi preposti. Le prime bozze spesso non soddisfano i requisiti finali. Una persona priva di fantasia potrebbe avere difficoltà a tenere a bada l'ansia mentre la sua squadra si muove imprevedibilmente verso il successo, mentre il coraggiosamente creativo grida "Prototipo pronto, ma non perfetto!". I team in grado di integrare rapidamente i feedback di esperimenti e prototipi possono ottenere risultati migliori di quelli che ossessionano la perfezione nella prima revisione.


10. Fai errori e fallisci

L'assunzione di rischi e la creazione di errori sono una parte necessaria del viaggio verso l'innovazione. Ma di solito pensiamo che gli errori debbano essere evitati e che il fallimento tenda a essere circondato da colpa e vergogna. Piuttosto che preoccuparsi "della colpa", una visione più sana e più energica è quella di considerare gli errori come il modo di fare un passo avanti verso l'obiettivo. In HP Labs, il motto alla guida dei team di innovatori era "Costruisci un mucchio di spazzatura alto!".  In altre parole, fallisci velocemente, fallisci facendo un passo in avanti, fallisci usando quello che impari per migliorare e continuare. Per incoraggiare il processo innovativo voglio che le persone del mio team commettano almeno 3 errori al giorno - errori nuovi ed interessanti, ovviamente, non gli stessi più e più volte. 


11. Il cambiamento è scomodo

Quando qualcosa è nuovo o diverso, può spingerci fuori dalla nostra zona di comfort, innescando sentimenti negativi. Di conseguenza molte persone evitano o resistono attivamente al cambiamento. Charles Darwin ha detto: “Non è la specie più forte che sopravvive, né la più intelligente. È quella che è più adattabile al cambiamento". Molte volte nella mia carriera ho affrontato sfide che sono state travolgenti. In questi momenti sono piena di un misto di curiosità e terrore. Etichettare il mio disagio come indicatore di una sfida entusiasmante, anziché un avvertimento a fuggire, mi ha permesso di sfruttare opportunità che altri avrebbero rifiutato. Quando quella sensazione mi colpisce ho sviluppato l'abitudine di fare un grande sorriso e di gridare “Wooooooohoooooooo! Sono a disagio!". Questo approccio ha fatto miracoli e mi ha portata ad affrontare bene il cambiamento.

12. Puoi guidare da qualsiasi posizione

Come molte persone, una volta credevo che i leader fossero stati trovati in cima a un organigramma. Ma dopo decenni di lavoro con dozzine di organizzazioni, ho visto molte persone occupare la sedia di un leader, ma senza guidare. Di conseguenza, ho imparato che la leadership non è una posizione in un organigramma o un titolo su un biglietto da visita. Un leader è qualcuno che si comporta come un leader, comunica come un leader e pensa/si sente come un leader, indipendentemente dalla posizione che occupa o dal titolo che ha. Questa intuizione comporta una grave responsabilità. Una volta che ci rendiamo conto di avere il potere di fare una differenza positiva, non possiamo più accontentarci di lamentarci semplicemente dell'alta direzione. Nel mio primo lavoro aziendale in HP, fingevo che questa azienda di 100.000 persone fosse la mia e che ciò che facevo contava veramente. Pensare e agire come un proprietario mi ha dato il coraggio di fare e dire ciò che gli altri hanno solo osato pensare. La leadership non è sempre premiata, ma la trovo molto più gratificante che aspettare soluzioni dall'alto mentre mi lamento delle inadeguatezze del team dirigente.

Perché cambiare?

Tolstoj ha detto "Tutti pensano di cambiare il mondo, ma nessuno pensa di cambiare se stesso". Queste 12  considerazioni, 12 strumenti, hanno il potere di trasformare i nostri team cambiando noi stessi per primi. Non devi credermi per forza! Fai una prova, vedi di persona e facci sapere cosa sei riuscito ad ottenere.


Kimberly Wiefling


Kimberly Wiefling è un docente riconosciuto a livello globale e fa parte del gruppo docenti del TVLP Institute dove insegna Leadership. Ha aiutato un gran numero di aziende in Asia, in particolare in Giappone, e in Europa a migliorare le capacità di leadership e gestione del team. Come autore ha pubblicato i 5 libri della serie "Scrappy Guides" in Inglese e tradotti in Giapponese.

Ph.credit: Unsplash.
 Articolo originario in inglese pubblicato su TVLP Tech News.

Robot e umani a braccetto per costruire il lavoro del futuro

Il progresso tecnologico e la globalizzazione incidono in modo decisivo sul mercato del lavoro. Quali sono le implicazioni dell'intelligenza artificiale?



Secondo la legge di Moore – che ha preso il nome da Gordon Moore, cofondatore di Intel – la potenza di un microprocessore «raddoppia ogni 18 mesi e quadruplica quindi ogni 3 anni». In sostanza un chip dei nostri giorni è circa 70 miliardi di volte più potente di quello degli anni 70. E fra una decina d’anni sarà migliaia di miliardi di volte superiore a quello attuale e di dimensioni sempre più ridotte. Se a questo si aggiungono i progressi attraverso l'intelligenza artificiale, il riconoscimento vocale, le nanotecnologie e la robotica in generale, gli esperti si aspettano la scomparsa del 60% degli attuali posti di lavoro. Quelli più penalizzati saranno i lavori manuali e intellettuali-esecutivi che verranno assorbiti dalle macchine o trasferiti nei Paesi emergenti.

Ma sarebbe un errore concentrarsi solo sulle conseguenze negative di questa rivoluzione globale e combatterla. Si tratta di rivoluzioni cicliche non troppo diverse ad esempio da quella che ha sostituito negli anni ‘70 le centraliniste con la commutazione automatica delle telefonate, o ha fatto sparire mestieri come gli spazzacamini. 

Nuovi spazi per il lavoro

Oggi il lavoro rappresenta in tutto il mondo uno dei problemi cruciali perché il suo mercato è in crescente squilibrio. Le statistiche sull’occupazione e la disoccupazione variano di giorno in giorno e da fonte a fonte, e i rimedi cui ricorrono i diversi governi non sempre risultano efficaci. È opportuno quindi soffermarsi un attimo sugli effetti dell'automazione sulle professioni e sui numeri legati al progresso tecnologico.
Se vent’anni fa occorrevano 60.000 operai per costruire un milione di automobili, oggi, grazie ai robot e ai nuovi sistemi organizzativi, ne bastano 20.000. 
Come ha calcolato l'economista e ex presidente di Nomisma, Nicola Cacace, nel 1891, quando la popolazione italiana era meno di 40 milioni, in un anno si lavorava per un complesso di 70 miliardi di ore. Cento anni dopo, nel 1991, gli italiani erano diventati 57 milioni ma lavoravano solo 60 miliardi di ore, eppure riuscivano a produrre ben tredici volte di più. Nel 2016 gli italiani sono diventati 61 milioni, hanno lavorato 40 miliardi di ore e hanno prodotto il 59% in più, essendo il Pil salito dai 1.268 miliardi di dollari del 1991 ai 2.142 miliardi del 2016.

«Fra dieci anni – spiega il sociologo Domenico De Masi nel libro Lavoro 2025. Il futuro dell'occupazione (e della disoccupazione), ed. Marsilio, 2017 – gli abitanti del pianeta saranno 8 miliardi: un miliardo più di oggi. Nel frattempo la potenza dei microprocessori sarà diventata centinaia di miliardi di volte superiore a quella attuale, i robot avranno sostituito molti operai, le macchine digitali molti impiegati e l'intelligenza artificiale parecchi creativi. Se a questo sviluppo tecnologico si aggiunge l'avanzata via via più rapida della globalizzazione, ci si rende conto che riusciremo a produrre sempre più beni e servizi con sempre meno lavoro umano».

Macchine che pensano cose

Il problema dell'automazione e l'idea che stia portando via lavoro, non è affatto nuovo. Ma il dibattito, come ha fatto notare James Manyika, senior partner di McKinsey & Company, durante una conversazione organizzata da McKinsey Global Institute (MGI), si è surriscaldato negli ultimi tempi probabilmente per un paio di macro motivi. «Negli ultimi anni, abbiamo assistito a progressi abbastanza straordinari raggiunti con l'intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e la robotica. Negli ultimi 5 anni abbiamo fatto più progressi in alcuni sistemi di quanto non abbiamo visto negli ultimi 50 anni». In passato “automatizzare” un processo produttivo significava fondamentalmente aggiungere un muscolo o un braccio meccanico a ciò che le persone già facevano.
«Oggi – prosegue Manyika – abbiamo realizzato macchine che oltre ad aggiungere muscoli o automatizzare compiti di routine, fanno cose completamente nuove e diverse. Abbiamo a che fare con macchine che stanno effettivamente imparando a fare qualcosa, stanno scoprendo modelli, stanno scoprendo le cose stesse».

Questo grazie ai progressi compiuti dalle tecniche algoritmiche, alla quantità di potenza di calcolo dei computer (alle CPU [unità di elaborazione centrale] classiche, sono state aggiunte le GPU [unità di elaborazione grafica]); alla disponibilità di dati che le persone ogni giorno producono e che vengono “ospitati” nei grandi server. Dalla riduzione dei tassi di errore alla capacità di fare meglio le previsioni, fino alla possibilità di scoprire nuove soluzioni o intuizioni, i vantaggi per le imprese che decidono di investire in intelligenza artificiale sono difficili da ignorare. Così come è difficile contestare i benefici per gli utenti singoli: siamo diventati sempre più a nostro agio grazie alla tecnologia, sia nell'assistenza per il riconoscimento vocale che in altre tecniche utili. I vantaggi dell'intelligenza artificiale sono chiari: agli utenti, all'economia e alle imprese. 

Per affrontare gli effetti e le opportunità dell'automatizzazione nel mercato del lavoro, bisogna essere capaci di rispondere ad altre domande: cosa costerà sviluppare e implementare queste nuove tecnologie? In che modo giocherà nelle dinamiche del mercato del lavoro in termini di costi relativi per far sì che le persone lo facciano? Qual è la disponibilità di persone che possono svolgere questo compito al posto di una macchina? Come garantire la qualità anche nei lavori automatizzati? Quali saranno le competenze richieste alla forza lavoro? Tutti interrogativi a cui si cercherà di dare una risposta nei prossimi anni. Intanto non mancano i segnali incoraggianti.

“Se avessi chiesto alla gente cosa voleva, mi avrebbero detto cavalli più veloci” disse Harry Ford agli scettici sul successo delle automobili. I cambiamenti e il progresso tecnologico non si possono cambiare. Si possono invece comprendere e non farsi travolgere anticipando quello che succederà.
Bisogna guardare un po’ più in là e immaginare il futuro. Cosa che può fare solo l’uomo.

L'AI nella lotta contro COVID-19

Mentre il mondo sta affrontando una pandemia globale causata dal virus COVID-19, ogni oncia di innovazione tecnologica e ingegnosità sfruttata per combattere questa pandemia ci porta ad un passo nel progresso scientifico-tecnologico. L'intelligenza artificiale e l'apprendimento automatico stanno svolgendo un ruolo chiave per comprendere e risolvere la crisi sanitaria: i computer consentono di elaborare (si dice machine learning) grandi volumi di dati per identificare rapidamente schemi e verificare intuizioni dei ricercatori. Le aree dove le competenze di machine learning stanno dando i risultati migliori sono: comprendere come si diffonde COVID-19 e confrontare diverse terapie.

La tecnologia sta anche giocando un ruolo importante nel supportare la comunicazione e il lavoro in remoto, abilitare la telemedicina, e fare prevenzione. Lo screening senza contatto, ad esempio, è fondamentale. 
La startup francese Clevy.io ha usato la tecnologia cloud AWS (Amazon) per creare un chatbot (robot che risponde alle domande in chat) per fornire chiarimenti sulle misure attivate dal governo francese per contrastare il COVID-19. Alimentato da informazioni in tempo reale fornite dal governo di Parigi e dall'Organizzazione mondiale della sanità, il chatbot valuta anche i sintomi riferiti dal paziente. Con quasi 3 milioni di messaggi inviati fino ad oggi, il chatbot della Clevy.io è in grado di rispondere a domande su qualsiasi cosa alleggerendo i centralini delle strutture sanitarie. Le città francesi di Strasburgo, Orléans e Nanterre stanno usando il chatbot per decentralizzare la distribuzione di informazioni accurate e verificate.

L'apprendimento automatico sta inoltre aiutando i ricercatori ad analizzare grandi volumi di dati per definire sistemi atti a prevedere la diffusione di future pandemie e identificare le popolazioni più vulnerabili. La Chan Zuckerberg Biohub in California ha creato un modello per stimare il numero di infezioni COVID-19 che non vengono rilevate e le conseguenze per la salute pubblica in 12 regioni campione scelte in tutto il mondo. Utilizzando l'apprendimento automatico in collaborazione con le tecnologie diagnostiche di AWS (Amazon), hanno sviluppato nuovi metodi per quantificare le infezioni non rilevate, analizzando come il virus si muta mentre si diffonde attraverso la popolazione per dedurre quante trasmissioni sono state perse.

I fornitori di servizi sanitari e i ricercatori si trovano ad affrontare un volume esponenzialmente crescente di informazioni sul coronavirus che difficilmente potrebbero essere considerate da un cervello umano e generare intuizioni. AWS ha lanciato CORD-19 Search, un sito web che sfrutta tecnologie di apprendimento automatico per aiutare i ricercatori a identificare tra i tanti rapporti di ricerca e pubblicazioni scientifiche quelle più pertinenti a una determinata ricerca. La tecnologia è in grado di estrarre informazioni mediche rilevanti da testo non strutturato e offre solide capacità di query in linguaggio naturale, contribuendo ad accelerare il ritmo delle scoperte.

Quelli citati sono alcuni esempi delle numerose attività in corso che impiegano l'intelligenza artificiale nella lotta contro il COVID-19, una delle più promettenti barriere contro questo invisibile nemico.


Paolo Tomassone* e Tijana Kovijanic
*analisi originale di Paolo Tomassone del 2018 aggiornata a Luglio 2020.

Fondazione Golinelli: il fare impresa italiano si coniuga con la velocità del mondo globale

Ricerca, innovazione tecnologica e imprenditorialità riunite in un esempio vincente tutto italiano scelto dall'americana IEEE.



Gli italiani sono un popolo di imprenditori. Creatività e arte ci appartengono e sono gli elementi fondamentali per plasmare qualcosa di nuovo e generare innovazione. Ma serve qualcosa in più. Le idee oltre a diventare prodotti devono trovare un loro spazio sui mercati. Si tratta quindi di una cultura che unisce l’arte, la scienza e l’imprenditorialità e che è alla base della Fondazione Golinelli. Nata a Bologna nel 1988 per volontà dell’imprenditore e filantropo Marino Golinelli, oggi è un esempio, unico in Italia, di fondazione privata che si occupa di formazione, ricerca, e promozione industriale.  Situata in un affascinante ex capannone industriale, la fondazione favorisce la crescita culturale e diffonde, attraverso molteplici progetti, conoscenza e strumenti per affrontare in modo
responsabile e propositivo il futuro sia professionale sia umano degli individui. Un modello di successo scelto nel 2019 dalla IEEE, la più grande organizzazione scientifica degli ingegneri con sede a New York, per la sua conferenza internazionale ICTE dedicata a tecnologia e cultura imprenditoriale.

L’ingegnere Antonio Danieli, Direttore ed apprezzato manager del terzo settore, ha condotto operativamente la Fondazione, attraverso le linee strategiche previste dal piano di sviluppo chiamato Opus 2065, voluto dal Fondatore e sviluppato dal CdA. Anche attraverso autorevoli collaborazioni nazionali e internazionali, è stato possibile creare un grande ecosistema per mettere in filiera progetti volti a contribuire a tutti i livelli della formazione: da quella scolare fino all’alta formazione, alla ricerca, e al trasferimento tecnologico con la creazione d’impresa. I destinatari sono i giovani, accompagnati nei percorsi scolastici secondari, affiancati nel periodo universitario e supportati nel mondo delle imprese.

L’offerta della Fondazione Golinelli rispecchia la sua organizzazione interna. Un’organizzazione in-house svolge attività formativa a livello nazionale e l’incubatore G-Factor crea nuove imprese. Nella struttura di Opificio Golinelli trovano sede anche il Competence Center – unico nel suo genere in Italia – che crea il collegamento con l’ecosistema imprenditoriale del territorio attraverso un network di 50 aziende, 4 Atenei e la rappresentanza della Regione Emilia Romagna, un laboratorio per l’occupabilità finanziato dal MIUR e due presidi Culturali: il Centro Arti e Scienze e la Scuola di Dottorato in ‘Data Science and Computation’ fatta insieme all’Università di Bologna, Politecnico di Milano, Cineca (Consorzio Interuniversitario Italiano) ed Istituto Italiano di Tecnologia di Genova.

Seguendo il rapido sviluppo scientifico e tecnologico, afferma Danieli, si ha il dovere di confrontarsi con nuovi temi quali i Big Data e l’intelligenza artificiale. E’ su questo percorso che la Fondazione esprime il meglio lavorando con imprese start-up in fase iniziale (detta seed) all’interno dell’acceleratore G-Factor. L’Emilia-Romagna ospita il 10% delle imprese italiane registrate come innovative, circa 1.000. Di queste, buona parte orbita a vario titolo intorno alla Fondazione Golinelli. Il sistema italiano per crescere dovrebbe puntare ancora di più, trasformando la creatività dei giovani in imprenditorialità. Per essere un imprenditore, afferma l’Ing. Danieli, non è sufficiente avere una buona idea e vincere qualche premio. Fare l’imprenditore comporta fatica e coraggio, supportati da profonda cultura, capacità nel calcolo del rischio, con una forte propensione nell’essere propositivi.

La creatività ed il saper fare “italiano” devono accompagnarsi a questa voglia di mettersi in gioco, tipica e preziosa capacità degli imprenditori italiani dei tempi di Marino Golinelli, creatore della farmaceutica Alfa-Wassermann (ora nota come Alfasigma dopo la acquisizione dell’italiana Sigma-Tau). La sfida vera è essere in grado di tenere vivo questo modello e affrontare le nuove sfide. Le imprese di oggi devono scalare velocemente e raggiungere mercati. L’accesso al capitale ed agli investitori professionali può dare un importante aiuto e sostituisce il modello ‘familiare’ degli anni passati. E’ una questione di formazione, di forma mentis, che è la vera chiave del successo.


Vincenzo Tizzani e Antonio Visini*

Vincenzo Tizzani è un ingegnere dell'informazione. Ha ricoperto diversi ruoli nel Consiglio dell'ordine di Bologna e a livello nazionale.
Antonio Visini è un ingegnere e appassionato di innovazione. E’ membro di IEEE e collabora alla conferenza IEEE ICTE 2020

*L'articolo si basa sull'intervista condotta da Antonio Visini ed è stato pubblicato per la prima volta in Ingegnere Italiano nel giugno 2020

Lavorare in Silicon Valley è come fare surf quando tira forte il vento

Una analisi sul campo per raccontare la cultura lavorativa, e lo stile di vita, della valle più innovativa del mondo



Ti immetti nella superstrada. Entri nel flusso del traffico intensissimo già alle 6 e mezza del mattino. Rispetti i limiti e segui le regole, perché sai che le strade sono controllate, sempre. E vai avanti verso la tua meta, che può cambiare ogni giorno, ogni settimana, ogni mese. C’è chi è disposto a fare due ore d’auto per raggiungere il luogo di lavoro. Ma se abiti a San Francisco e in ufficio ci arrivi a piedi, scendi comunque dalle scale già con il badge in mano e bevi il caffè mentre cammini.

Per gli occhi distratti e superficiali questo può sembrare un ritmo frenetico, ma conviene usare molta cautela a giudicare il “modello di lavoro” americano. Almeno qui in Silicon Valley, dove in un garage può nascere una startup da due entusiasti giovani laureati, e dove quella stessa piccola impresa qualche anno dopo può essere quotata da venture capitalist milioni di dollari.


Si costruisce, si costruisce in continuazione. In Van Ness Ave, all’angolo con Geary St., a San Francisco c’è un cantiere; gli operai entrano in un palazzo con un enorme cartello all’ingresso: “Work with heart. Build with care”. Forse sai di far parte di un sistema, che ti chiede di giocare a quelle regole, ma sai anche che lo devi “fare con il cuore”, con quella passione che hanno le persone talentuose, che credono nel proprio progetto imprenditoriale e sanno che, prima o poi, verrà valutato e, chissà, magari lanciato nel mercato globale. È questo il messaggio più positivo che arriva dalla Silicon Valley: non smettere mai di credere nella tua idea, lavora con passione, segui l’esempio di chi ti ha preceduto, corri e sii onesto.

Un giovane sulla trentina, programmatore, in pausa per un caffè da Peet’s indossa una felpa e sulla schiena ha stampato “Culture. Culture. Culture. Culture. Culture”. Questo “modello della Silicon Valley” non può essere riprodotto fuori dalla Silicon Valley. Ma la cultura sì. Questa è una educazione che non si apprende sui libri, in biblioteca o nelle aule universitarie. Va avanti solo se ci si contamina.

Le multinazionali come Google, Facebook, Intel, LinkedIn hanno costruito dei veri e propri campus, una sorta di “vita oltre il lavoro” da vivere sempre dentro le mura dell’azienda, dalla palestra al ristorante, dal salone di bellezza al meccanico per l’auto. I più critici penseranno a una forma di alienazione che obbliga una persona ad essere connesso h24, ma le opportunità di questo “welfare aziendale 4.0” sono enormi. Soprattutto perché consentono di creare e alimentare quelle relazioni fondamentali per trasmettere la cultura imprenditoriale della Bay Area.


Condividere il proprio progetto con altre “menti” è utile per dare gambe al quel progetto. Ecco perché qui gli innovatori si incontrano, si contaminano, parlano dei propri risultati e anche dei fallimenti.
Lo fanno in ufficio o durante il breakfast, lo fanno durante gli eventi di networking organizzati ogni sera da associazioni e aziende, tra San Jose e tutta l'area intorno a Palo Alto. Lo fanno per strada e nei workspace nati non solo per risparmiare sui costi delle strutture, ma con l'obiettivo di mettere più cervelli a contatto tra loro.

La mobilità qui in California non è un concetto astratto e tanto meno negativo. È una condizione necessaria, è come "surfare" quando tira il vento, è come uplodare su una Rete superveloce. Avere al collo il budge mattina e sera è l'allenamento giusto per rimanere al passo con i tempi, perché l'economia può anche rallentare ma le buone idee che trasformano il mondo non si possono incatenare.


Paolo Tomassone

Ph.Credit. Photo by Annie Spratt on Unsplash. Pubblicato la prima volta Sett. 2017

L'imprenditore deve saper comunicare: le tecniche spiegate dal fondatore di TED

Chris Anderson, il fondatore di TED, spiega in una intervista in Silicon Valley le tecniche principali per comunicare e l'importanza della comunicazione per un imprenditore



Mentre tutto il mondo si è fermato per il coronavirus, Chris Anderson,  ideatore e fondatore del TED, lo scorso Aprile ha ospitato Bill Gates e Susan David, psicologa di Harvard, per parlare in maniera informativa e ottimistica del COVID-19. Ovviamente online.

Anderson è un esperto dell'importanza della comunicazione e di come coniugare in maniera informativa concetti di scienza e tecnologia per un pubblico non prettamente tecnico. Lo abbiamo intervistato a Mountain View in California nel maggio 2016 quando ha fornito una serie di suggerimenti a dieci imprenditori italiani arrivati negli Stati Uniti con un programma internazionale promosso da TVLP Institute e Regione Emilia-Romagna per apprendere il modello della Silicon Valley. Una lezione, quella di Anderson, attuale ora più che mai.

Saper comunicare non è una caratteristica solo del politico o del personaggio pubblico. Anche chi amministra un'azienda deve essere in grado di motivare i propri dipendenti e spingerli a credere nelle proprie idee. A maggior ragione chi deve iniziare un nuovo progetto imprenditoriale, che è chiamato a giocarsi tutto sulla capacità di promuovere se stesso. 

"Un imprenditore non può realizzare la propria visione da solo, ma ha bisogno di altri. Quindi deve coinvolgere altre persone, deve essere bravo a comunicare la propria idea agli altri, in modo chiaro. Questo vale non solo se deve parlare a un gruppo numeroso, ma anche se deve parlare con i propri collaboratori o con gli investitori" dice Anderson durante il nostro incontro.

Secondo Anderson, autore del libro bestseller "Ted Talks. The official Ted guide to public speaking", ci sono delle regole per una buona comunicazione che imprenditori e leader dovrebbero sempre seguire: "Bisogna avere qualcosa di significativo da dire perché non si può parlare se non si sa cosa dire. Se uno ha qualcosa da dire, tutto il resto può essere imparato nel tempo". 

Sempre secondo il fondatore del TED "Il 'public speaking' non può essere qualcosa per te stesso, ma per il tuo pubblico: non si deve vendere qualcosa, ma essere capace di trasmettere qualcosa per suscitare interesse. Un imprenditore deve essere veramente disposto a rimuovere tutte le cose che non sono veramente necessarie per comunicare il proprio messaggio. Bisogna focalizzarsi solo su una cosa e cercare di spiegarla veramente bene".

Intervista completa a Chris Anderson nel video servizio di Askanews. 

Anderson porta avanti il TED Prize dal titolo “The Audacious Project”, una iniziativa benefica fondata nel 2018 per sostenere azioni filantropiche, e continua ad essere la mente creativa dietro gli eventi TED che, iniziati a fine anni '80, con oltre 2.600 'talk' sono tra i video più visti al mondo e generano fatturato per oltre 66 milioni di dollari per la non-profit Fondazione TED.


Paolo Tomassone e Bruno Iafelice

Uno scudo cyber più robusto dopo Covid-19

In aumento i crimini informatici durante pandemia. Lo smart-working ha esteso la superficie di attacco delle aziende e richiede soluzioni innovative. 



Un aspetto dell’essere umano che questa pandemia ha evidenziato è quanto sia difficile comprendere la pericolosità di alcuni fenomeni che per loro natura presentano un’evoluzione temporale di tipo esponenziale. Come ci insegnano gli studiosi di 'behavioural economics', scienza a cavallo tra economia e psicologia, l’essere umano capisce meglio i fenomeni che hanno un’evoluzione temporale 'lineare' ovvero quelli che rispondono ad uno stimolo di ingresso con una proporzionale reazione. Ad esempio: la metà se si dimezza, costante se rimane invariato, il doppio se raddoppia,  il triplo se… e via cosi. 

Quanto detto è confermato graficamente. Disegnando una curva esponenziale si nota che durante i primi istanti la crescita nel tempo rimane inferiore a quella di una curva lineare. 
Pertanto la reazione umana è non preoccuparsi davanti alla crescita inizialmente modesta della curva esponenziale. Ma tutto diventa chiaro - ed allarmante - quando l’accelerazione impressa dalla dinamica esponenziale innesta un veloce tasso di crescita. 

Qualcosa simile succede per gli attacchi informatici. Quando le superficie di attacco (i punti di un sistema informatico che possono essere colpite dall'esterno, ndr) non vengono costantemente monitorate e contenute, il pericolo per intrusioni a attacchi malevoli cresce in maniera improvvisa. 

Nel caso del COVID-19, ad esempio, la superficie di attacco per il virus è stata i contatti tra le persone. Pertanto le misure di sicurezza intraprese sono state monitoraggio e quindi distanziamento sociale. 

Nel caso della cyber-security la superficie di attacco dei software malevoli (detti anche malware), è rappresentata dal numero di contatti che i vari oggetti connessi alla rete aziendale hanno con il mondo esterno. Questo numero è influenzato dal comportamento - a volte involontariamente non corretto - degli utilizzatori. Nel caso di una organizzazione questi sono i suoi dipendenti. 

Se in tempi normali ridurre la superficie di attacco di un’azienda dovrebbe essere la priorità di chi si occupa di sicurezza informatica, a valle del recente lockdown lo diventa ancora di più. Molte aziende private e pubbliche sono ricorse, e ricorrono ancora per tutte quelle mansioni per cui è possibile, a modalità di telelavoro o smart working.  Purtroppo l'uso di dispositivi da remoto, aumenta la superficie di attacco. 

In un ambiente come quello domestico, caratterizzante lo smart working, aumentano ad esempio i comportamenti pericolosi come la lettura di un allegato ad una email che sembra del tutto legittima. La probabilità che in perfetta buona fede questi comportamenti siano avvenuti è proporzionale al numero di campagne di email mirate portate a termine dai cybercriminali. 

In uno studio pubblicato recentemente la Bitdefender, una delle più grandi aziende al mondo di antivirus, ha mostrato una correlazione in tutte le principali nazioni dell'Europa occidentale tra il crescente numero di campagne email a tema Coronavirus contenente software malevolo e i picchi dell’emergenza sanitaria in detta nazione. 

I cyber criminali hanno senza dubbio tentato di sfruttare un momento di fragilità psicologica delle persone per installare nelle loro macchine malware e altri applicativi nocivi. Alcuni di questi potrebbero sfruttare le risorse dei sistemi anche a distanza di settimane o mesi dalla loro installazione - ad esempio - quando il computer portatile sarà di ritorno in azienda così da manomettere la rete aziendale. 

Minacce come queste vanno individuati e rimosse il più presto possibile. L'italiana Talaia Solutions, che insieme a Bitdefender ha realizzato una soluzione innovativa per individuare la presenza di malware, ha osservato in Italia un aumento di segnalazioni di pericolo coincidente con l'inizio della fase 2. Un ulteriore incremento è atteso per la fase 3 che vede il progressivo ritorno dei computer dalla casa dei dipendenti agli uffici. 

I malware sono in grado di rinnovarsi e sfruttare nuove vulnerabilità - questa loro caratteristica li rende difficili da individuare. Tuttavia prima o poi dovranno comunicare con l'esterno per segnalare che sono riusciti ad installarsi. E' questa comunicazione, a volte pochi bit, che i sistemi ad intelligenza artificiale utilizzati da Talaia sfruttano per rilevare traffico di rete non comune e identificare i computer compromessi.

La dirigenza delle aziende dovrebbe considerare i malware non come fenomeni lineari o sporadici, ma piuttosto a crescita esponenziale dove il fattore tempo - la tempestività dell'intervento - può fare la differenza. 

Tecnologie ad analisi del traffico di rete in uscita diventeranno quindi uno dei settori più interessanti nella cyber security nei prossimi mesi. Grande attenzione sarà da dedicare al rientro delle macchine in ufficio e alla verifica di ciò che si è installato per sbaglio o inavvertitamente durante il periodo di smart working.
L'attenzione per la sicurezza informatica deve andare insieme a quella per la ripartenza economica dell'impresa. La buona prassi dovrebbe essere 'prevenire' i rischi così da evitare interventi costosi fatti in emergenza.  Anche i governi dovrebbero riconoscere queste necessità ed inserire, tra gli aiuti in programma, attività di protezione informatica e cybersecurity.


Alessandro Pastore


Alessandro Pastore è CEO di Talaia Solutions, esperto e studioso di sicurezza informatica.
Ph.credit: freestocks on Unsplash

Genoma degli ecosistemi dell’innovazione: dalla Silicon Valley a Londra passando per Singapore

Startup Genome ha confrontato oltre 50.000 startup definendo le caratteristiche dei luoghi dove fare impresa è, in qualche modo, più facile.



Dove ha senso creare una nuova impresa? Startup Genome nel suo report annuale “Startup Ecosystem Report” mette a confronto le caratteristiche più importanti dei principali ecosistemi dell’innovazione. L'ultima pubblicazione è appena uscita a maggio 2020 tenendo anche conto degli impatti del COVID-19.
L’analisi evidenzia una serie di aspetti di successo in un ecosistema dell’innovazione. Sebbene non prenda in considerazione le grandi aziende e sia limitata alle sole startup, i dati del report forniscono interessanti spunti di riflessione.

Riconoscendo l’impossibilità di replicare la Silicon Valley, diversi altri cluster mondiali dell’innovazione hanno cercato di estrapolare gli elementi salienti di quell’ecosistema rielaborandoli con le caratteristiche del loro territorio. Pertanto, vi è l’assunzione implicita che la Silicon Valley sia

il miglior ecosistema dell’innovazione e tutti gli altri se ne differenzino esaltando alcune delle sue caratteristiche peculiari come la disponibilità di startup, l’abbondanza di capitale di rischio, i risultati delle aziende presenti, la diffusione della cultura imprenditoriale, la presenza di network e la fluidità del networking e la disponibilità di talenti, così come considerati nel report.

Secondo il rapporto i primi cinque ecosistemi di startup al mondo sono:
  1. Silicon Valley
  2. New York City
  3. Londra e Pechino (in parità)
  4. Boston
La Silicon Valley rimane nella posizione che ricopre dal 2012: l'ecosistema di startup globale n. 1. Guardando ai settori industriali/tecnologici, sette dei 10 principali investitori mondiali di intelligenza artificiale - aziende come Google, Facebook e Apple - hanno sede nella Silicon Valley; le aziende globali di fintech stanno aumentando la loro presenza nella regione e la Silicon Valley ospita oltre 1.400 società di scienze della vita che danno lavoro a oltre 52.000 persone. Uno dei motivi per cui la Silicon Valley è il più grande ecosistema imprenditoriale è che ha risorse di livello mondiale: le startup hanno accesso a talenti (Stanford University, UC Berkeley, Santa Clara, USCF), capitale, oltre a numerosi investitori e mentori.

Secondo Robert Siegel, Partner di XSeed Capital e docente di Management all'università di Stanford, “Nonostante l'aumento dei prezzi degli immobili e maggiori regolamentazioni (rispetto ad altre zone degli USA, ndr), la Silicon Valley rimane un luogo vivace per le startup”.

Tuttavia, nell'ultimo decennio molti paesi hanno sviluppato ecosistemi imprenditoriali di successo. Gli autori del Genome Report non pongono la domanda "Chi sarà la prossima Silicon Valley", ma affermano che ci saranno 30 hub, nei prossimi anni, distribuiti in tutto il mondo, raggiungendo, nel loro complesso, una massa critica paragonabile a quella della Silicon Valley. Ad esempio, costituendo centri di eccellenza geografica, come Singapore nel sud-est Asia, o di settore, come San Diego (California) per le Scienze della vita. Ognuno di questi centri prospererà, sebbene nessuno di loro sarà grande come la Silicon Valley.
L’ecosistema di Tel Aviv, sceso al posto 6 rispetto il primissimo livello del 20121, ha una morfologia simile a quello della Silicon Valley: popolazione di imprenditori giovane, ben preparata e con accesso a buone risorse finanziarie. La disponibilità di personale altamente qualificato ha da oltre 60 anni attirato la maggior parte delle multinazionali stabilendo una sede in Israele e alimentando un mercato del lavoro altamente qualificato.


Fuori degli Stati Uniti, Londra entra nell'élite dei migliori ecosistemi grazie anche alla sua posizione di secondo centro finanziario più grande del mondo. La capitale inglese si presenta con una forte cultura imprenditoriale supportata da una fitta rete di connessioni tra gli attori principali, una generazione di imprenditori di successo che funge da esempio per altri, frequenti eventi, e un nutrito numero di esperti e investitori. Sul piano dell'innovazione Londra ha una combinazione positiva di una copiosa produzione di brevetti e risultanze scientifiche. Gli imprenditori europei nel settore scienze della vita dovrebbero considerare di trasferirsi a Londra dove la quota delle startup in Life Sciences è poco più del 2% (la quota nella Silicon Valley è del 3,8%) e di gran lunga superiore alla media Europea. Un altro settore che si è distinto come il più promettente nel Regno Unito è l'Edtech (o edu-tech), che dovrebbe raggiungere $4,4 miliardi entro il 2021 e inserirsi in un contesto già privilegiato del Regno Unito con esportazioni oltre i $22,8 miliardi all'anno nell'industria della formazione. Londra ha più di 500 aziende Edtech e si colloca al primo posto in Europa per finanziamenti nelle fasi iniziali di Edtech.

Marta Bulaich, docente del TVLP Institute a Menlo Park in Silicon Valley e coinvolta in diversi fondi di investimento, conferma nel suo corso 'Venture Capital in Silicon Valley' come il modello della Silicon Valley si sia evoluto nel tempo attraverso la nascita di micro-fondi e fondi industriali. Sempre più frequenti sono i venture capitalist che cercano startup di successo in altri luoghi del mondo tra cui in particolare Londra, dove la stessa signora Bulaich, fa parte di uno dei fondi più innovativi, il Crane Venture Partners.

Berlino dopo la caduta del muro nel 1989 e la riunificazione tedesca, ambisce a diventare capitale europea della cultura e hub di primaria importanza per l’innovazione. Tra i primi 10 ecosistemi nel mondo, la capitale tedesca è caratterizzata da un’abbondanza di giovani e un costo della vita di gran lunga inferiore a quelli delle altre capitali europee, trasporti veloci che collegano tutte le parti della città e ottime connessioni con il resto dell’Europa e del mondo. La politica di crescita del governo tedesco ha attirato a Berlino numerose grandi aziende e spinto la crescita dei grandi centri di ricerca, in primo luogo il Fraunhofer Institute e le università locali. Una propensione all’accoglienza e alla multiculturalità e una diffusa capacità di comunicare in inglese completano la capacità di Berlino di attirare startup da tutta europa. Tuttavia il report evidenzia come gli imprenditori di Berlino siano mediamente meno formati di quelli della Silicon Valley e meno ambiziosi. Le startup berlinesi sono più orientate alla consulenza e meno allo sviluppo del prodotto, denotando così un ecosistema ancora acerbo sebbene fortemente promettente. Berlino si distingue anche per i livelli relativamente bassi di investimenti, limitata presenza di VC locali ed esperti rispetto a altri ecosistemi. Negli ultimi anni Parigi e Stoccolma hanno rafforzato le loro posizioni rispetto a Berlino.

Gli ecosistemi analizzati sono esempi di come diversi fattori già presenti sul territorio, la cultura e la politica siano stati coniugati così da attivare un processo di crescita. Sembra quindi non esserci una ricetta unica per il suo sviluppo, tuttavia sono presenti alcuni elementi comuni come la località dell’ecosistema, la presenza di giovani talenti e di aziende ben formate, la cultura del rischio, la base tecnologica dei progetti e la visione globale ed ambiziosa. In poche parole, la liquidità delle idee e delle persone.


Tijana Kovijanic

Start-up and Run: perchè lo sport fa bene all'imprenditore

Fare impresa è questione di tenacia e allenamento, come per lo sport. Oltre le analogie ci sono studi che spiegano l'impatto positivo dell'attività fisica sull'imprenditore.



Oggi mentre facevo jogging riflettevo su una semplice constatazione:  una buona parte degli imprenditori che conosco praticano uno sport con regolarità,  la maggioranza di questi  si dedica alla corsa, alcuni sono veri e propri maratoneti.
Non so se questa mia osservazione  trovi rispondenza in qualche ricerca ma mi vengono in mente però almeno due motivazioni per ritenere che questa relazione sia qualcosa di più di un fatto puramente casuale.

La prima è del tutto intuitiva e ha che vedere con la semplice analogia tra la disciplina del correre e la disciplina del fare impresa. Per correre con assiduità e prepararsi ad affrontare lunghe distanze è necessaria una certa caratteristica: la tenacia. Ed è questo forse più di ogni altro anche l’aggettivo che meglio rappresenta l’imprenditore di successo. L’imprenditore persevera e non molla fino a quando non arriva in fondo, anche se completamente esausto.

Anita Roddick, fondatrice di The Body Shop esprime il concetto di fare impresa in una frase emblematica: “Nobody talks of entrepreneurship as survival, but that's exactly what it is”.
Del resto  fare impresa implica affrontare un   percorso irto di ostacoli, difficoltà e sacrifici con perseveranza e tenacia superiore alla media,  la stessa perseveranza  che per  il corridore si  traduce  in spirito di sacrificio e costanza  negli allenamenti.

La seconda motivazione  ha invece radici scientifiche e si basa su una serie di studi pionieristici condotti dal famoso psicologo cognitivo Arthur Kramer sul rapporto tra esercizio aerobico e facoltà cognitive. In uno dei suoi esperimenti più noti, pubblicato su Nature, Kramer ha suddiviso un campione casuale di 124 persone sedentarie in due gruppi sottoposti a due diverse condizioni sperimentali per un periodo di 6 mesi: training aerobico e training anaerobico. I componenti del primo gruppo (training aerobico), passeggiavano ogni settimana per circa tre ore, i componenti del secondo gruppo (training anaerobico) dedicavano lo stesso ammontare di tempo ad attività di stretching ed esercizi tonificanti. Sebbene entrambe le attività siano utili alla forma fisica, l’allenamento aerobico ha un effetto benefico più spiccato sul cuore e accresce il flusso di sangue al cervello.
Alla fine dei 6 mesi entrambi i gruppi esibivano un sostanziale miglioramento nelle proprie condizioni di fitness. E fin qui nessuna sorpresa. Quello che invece appare più sorprendente è che il gruppo che si sottoponeva all’allenamento aerobico esibiva significativi e sistematici miglioramenti nelle capacità cognitive, in particolare nelle facoltà che coinvolgono funzioni esecutive come il multitasking. Stretching e esercizi tonificanti invece non apportavano alcun miglioramento significativo alle abilità cognitive. Il team di Kramer ha poi condotto uno studio successivo raccogliendo evidenze che hanno confermato quanto già rilevato.

Dunque l’esercizio aerobico ha un effetto scientificamente fondato sulle abilità cognitive, in particolare sul multitasking ovvero la capacità di processare simultaneamente informazioni relative ad ambiti decisionali eterogenei. Quale relazione tra questi risultati sperimentali e l’imprenditorialità? Semplice. La vita da “startupparo”  pone quotidianamente e incessantemente l’imprenditore di fronte a decisioni e a problemi più disparati. La capacità di operare cognitivamente su più fronti riuscendo a gestire simultaneamente situazioni e problemi diversi è una qualità necessaria.

Quindi una corsetta periodica o anche solo una bella passeggiata possono  contribuire a potenziare questa facoltà, rafforzando gli strumenti a disposizione dell’imprenditore per dare corso al proprio sogno imprenditoriale. Corsa e impresa sono quindi un vero e proprio binomio vincente. Cosa aspettate a prendere le vostre scarpe da ginnastica?


Simone Ferriani


Simone Ferriani è professore di imprenditorialità presso l'Università di Bologna e la Cass Business School in Inghilterra. Ph.credit: Chander R. on Unsplash


* articolo pubblicato la prima volta il 6 luglio 2013.

L'auto che si guida da sola: la rivoluzione che cambia tutto, anche il lavoro

Le auto a guida automatica sono una realtà a Phoenix in Arizona rompendo barriere sociali e aprendo a nuovi e stili di vita. Una rivoluzione per tutti, in prima fila i 'millennials'.



Il traffico crea il traffico. Non è un gioco di parole. La teoria delle code, inventata nel 1909 dall'ingegnere danese Agner Krarup Erlang, ha trovato la sua massima applicazione nella comunicazione a pacchetto delle reti digitali. Ma non solo. È  alla base dei “Meter”, i semafori che regolano l’accesso alle autostrade americane. Un metodo semplice e geniale: ogni 5-10 secondi un'auto è autorizzata ad entrare nel traffico, riducendo la probabilità che si formino delle congestioni.

L’applicazione di questo principio con le auto a guida autonoma significherebbe 'estremo rigore' e poco traffico. È questo il futuro che ci aspetta e che è dietro l’angolo. Auto che prendono un passeggero, subito dopo aver lasciato quello precedente, e che in maniera ordinata entrano ed escono dal traffico sono già una realtà a Phoenix in Arizona dove da gennaio 2019 attraverso un'app si può avere un passaggio in auto con Waymo One, l'auto a guida automatica della sussidiaria di Google. Una rivoluzione per chi non poteva guidare un'auto e che apre scenari di vita nuovi per tutti. Tempi di percorrenza certi. Niente necessità di trovare parcheggio. Viaggi lunghi, in auto, come già succede in aereo dove un film, un libro o un po’ di riposo permettono di affrontare anche 14 ore di volo.

Un futuro tecnologico in piena crescita. Infatti a Marzo 2020 Waymo per la prima volta ha raccolto fondi fuori di Google: ben 2,25 miliardi di dollari da vari investitori per espandere il servizio in Arizona. Waymo Via è la tecnologia sempre Google per la guida automatica di tir e grandi autoveicoli per il trasporto merci in sperimentazione in alcune aree della California.


Quella della auto a guida autonoma appare come una via già intrapresa dove il successo è solo una questione di tempo. I 'millennials', coloro che sono nati nel primo decennio del 2000, sono meno interessati a guidare e possedere un'auto delle generazioni precedenti. Il consumatore dell'industria automobilistica sta cambiando. Google ha lanciato il suo progetto "Waymo" nel 2009 con la missione di migliorare l'accesso del mondo alla mobilità, salvando migliaia di vite perse a causa di incidenti stradali. Una delle iniziative che Waymo ha creato è "Let's talk Self-Driving", che riunisce un insieme diversificato di comunità, persone e interessi con la convinzione condivisa che questa tecnologia completamente autonoma alimenta un grande potenziale per salvare vite umane, migliorare l'indipendenza e creare nuove opzioni di mobilità.

Le auto oggi passano la maggior parte del tempo ferme. Non è un buon uso. La sharing economy (economia collaborativa) – diventata famosa con Airbnb, Uber, Turo – darà del suo meglio nel settore automobilistico con l’avvento delle tecnologie per la guida autonoma.
Se facciamo una analogia gli smartphone, le auto a guida autonoma potrebbe creare applicazioni oggi inesistenti e non ancora pensare. Infatti come i telefoni iPhone e Android hanno fatto nascere startup e creato professioni nuove intorno al concetto di app e accesso in mobilità alle informazioni, così l'auto autonoma potrebbe essere la piattaforma su cui offrire nuovi servizi di intrattenimento, di mobilità, di logistica e chissà cos'altro.

Affianco ai vantaggi ci sono anche diverse sfide dietro l’angolo. Le prime sono quelle legali. Non tutti gli stati americani la pensano come l'Arizona. La California, dove numerose imprese stanno lavorando in Silicon Valley agli “autonomous driving vehicle”, la DMV – la locale motorizzazione – non consente ancora la presenza su strada di veicoli senza il conducente. I distributori di carburante (tutti senza personale – in self-service, negli USA) dovranno trovare il modo di rifornire i veicoli poiché non ci sarà un conducente che possa estrarre la pistola e fare il pieno. Nuovi posti di lavoro potrebbero nascere e generare una inversione nel modello delle stazioni di benzina.

Uber (recentemente al centro di cause legali avviate dai conducenti – che vogliono esser riconosciuti come lavoratori dipendenti, invece di autonomi) è tra le imprese che maggiormente stanno investendo sui veicoli a guida autonoma preparando un cambiamento senza eguali nel mondo di taxi e auto con conducente. I timori per la contrazione di posti di lavoro si oppongono ai vantaggi sociali creati da queste tecnologie che - ad esempio - consentirebbero a non vedenti e persone anziane di utilizzare autonomamente un'auto.
Imprenditori e imprese dovrebbero immaginare una ricollocazione della forza lavorativa per coprire le nuove necessità di prodotti e servizi aperte da questo mercato. 


L’Europa sarà in prima fila – dicono gli esperti della Silicon Valley – nell’acquisire queste tecnologie per la già ampia diffusione di mezzi di trasporto pubblico su gomma. L’impatto della nuova tecnologia coinvolgerà anche le case automobilistiche (meno veicoli per numero di abitanti e meno persone vorranno possedere un’auto), le assicurazioni (meno incidenti), meno manutenzione e più specializzata (i computer guideranno in maniera più ordinata riducendo logorii del motore e parti meccaniche, quindi la manutenzione sarà inferiore sulle parti in movimento ma più specializzata su sensori, azionamenti robotici, elettronica e software).

La ricerca sull'intelligenza artificiale ha fatto grandi progressi negli ultimi 10 anni. Tuttavia, ci sono ancora diversi problemi che devono essere superati e lavoro da fare in numerosi settori. Alcuni dei limiti sono piuttosto evidenti: la maggior parte di strade al mondo sono ben lontane da quelle dell'Arizona, simili in Italia poco più che solo alle autostrade, e caratterizzate spesso da carenze in segnaletica, manto stradale difforme e conformazione irregolare. C'è bisogno di interventi strutturali insieme a miliardi di ore di guida reale per accumulare dati e "insegnare" all'intelligenza artificiale un buon comportamento di guida in tutte le situazioni. General Motors, Toyota e Honda hanno dichiarato che avrebbero prodotto auto a guida autonoma entro il 2020, e questo era previsto anche da Tesla, ma stiamo ancora aspettando. Evidente che ci sono necessità ancora non risolte, quindi opportunità per imprese e lavoratori che vogliono cimentarsi nel settore.

Si tratta di una quantità enorme di cambiamenti all’orizzonte – si mormora che la tecnologia sarà stabile a breve, nel 2021. E' la rivoluzione di una delle industrie più grandi del mondo. La parola “novità” è spesso intesa come sinonimo di paura, ma non possiamo ignorare l’incredibile numero di opportunità imprenditoriali che si apriranno. A noi la scelta. Lottare contro il cambiamento, o anticiparlo, dominarlo e trarre vantaggio dall’inevitabile.


Bruno Iafelice

Se è nuovo e ti spaventa, buttati e fallo!

Molti sono i dubbi e le scelte alla base di un processo imprenditoriale, di cui il principale è 'lo faccio oppure no'. In aiuto i principi del noto psicologo sociale Abraham Maslow.



Ogni processo imprenditoriale che si rispetti è costellato di dubbi. Tra questi ve né sicuramente uno che probabilmente prevale su tutti gli altri  e che costringe a non pochi ripensamenti, esitazioni e notti insonni.

Il grande dilemma è: Ci provo oppure no? Mi butto rinunciando a tutto il resto?

Premesso che questo dubbio tende a essere tanto più significativo quanto più è alto il costo opportunità, ovvero quanto maggiore è ciò a cui si dovrà rinunciare per mettersi in gioco, la decisione di “fare impresa” è sempre (più o meno) destabilizzante e pone inevitabilmente di fronte a un bivio. Come scegliere? Quale criterio usare per decidere?  E soprattutto, esiste un criterio generalizzabile?

Oggi vorrei cimentarmi con questa grande domanda imprenditoriale e direi esistenziale, condividendo con voi una semplice regola decisionale che seguo ogniqualvolta devo confrontarmi con una scelta difficile e che mi spaventa un po’.

Non si tratta solo di una opinione personale ma di una serie di semplici principi elaborati nel corso di venti anni di ricerca dal grande psicologo sociale Abraham Maslow, meglio noto per la omonima e stra-citata “piramide”.

In breve, Maslow  ha dedicato buona parte della propria vita di scienziato allo studio dell’autorealizzazione ovvero all’analisi di comportamenti, azioni e decisioni tipiche di persone che riescono a trovare senso, direzione e motivazione nella propria vita. I principi fondamentali sono semplici e immediati e personalmente non mi hanno mai tradito. In estrema sintesi si possono tradurre nel seguente mantra:

Se ti spaventa, buttati e fallo!

Ogni qualvolta siamo posti di fronte a una vera scelta ci troveremo ad un bivio. Da una parte la strada più sicura e confortevole. Dall’altra quella rischiosa e faticosa. Quest’ultima è quella che ci permetterà di apprendere di più e dunque è quella che dovremmo sempre scegliere. Mi perdonino i cultori di Maslow per il mio iper-riduzionismo ma questa è la lezione più forte che ne ho tratto e che continua ad essere per me fonte di ispirazione. L’autorealizzazione è fondamentalmente un percorso di scoperta  e apprendimento che passa attraverso le strade più impervie. Sono queste però le strade che riveleranno gli scorci più emozionanti.

Maslow articola questo principio in 8 punti che vi riporto, sperando che vi aiutino nel risolvere i vostri dilemmi imprenditoriali ed esistenziali:
  • Vivi le cose pienamente, vividamente e senza egoismo. Buttati anima e corpo nell’esperienza di qualcosa in cui credi: concentrati su di essa completamente, lascia che ti assorba nella sua totalità
  • La vita è un processo continuo di scelta tra la sicurezza (derivante dalla paura e dal bisogno di difesa) e il rischio (per il bene del progresso e della crescita personale): scegli la crescita 10 volte al giorno!
  • Lascia che il tuo io emerga. Cerca di tacitare le voci esterne circa quello che “si dovrebbe” fare, sentire, dire etc. e lascia che sia l’esperienza a guidarti verso ciò che realmente senti e desideri esprimere.
  • Quando sei nel dubbio sii onesto. Se guardi dentro di te con onestà assumerai responsabilità. Prendere responsabilità è prendere coscienza della propria identità.
  • Ascolta i tuoi gusti personali e sii pronto a essere impopolare.
  • Usa la tua intelligenza e impegnati per fare bene le cose a cui tieni, non ha importanza se appaiono insignificanti
  • Aumenta la probabilità di vivere picchi esperienziali: liberati da illusioni e false nozioni. Impara in cosa sei bravo e quali sono e non sono le tue potenzialità.
  • Scopri chi e cosa sei, cosa ti piace e non, che cosa è buono e che cosa è cattivo per te, dove sei diretto e il tuo scopo. Aprirsi a sé stessi in questo modo significa identificare le proprie difese per poi trovare il coraggio di abbassarle.
Buona scelta!


Simone Ferriani*


Simone Ferriani è professore di imprenditorialità presso l'Università di Bologna e la Cass Business School in Inghilterra.

* articolo pubblicato la prima volta il 17 aprile 2014.

4 modelli di business che stanno esplodendo nel 2020

La pandemia da Covid-19 ha costretto la maggior parte delle aziende a trasferire le proprie attività su piattaforme digitali. Quattro modelli di business che potrebbero segnare il 2020 sono Software as a Service (SaaS), Dropshipping, Contenuti in abbonamento e Trasporto merci.



Ancor prima che il COVID-19 cambiasse la vita di persone in tutto il mondo e causasse milioni di ricoveri, le imprese erano già soggette a una serie di importanti cambiamenti operativi. Una combinazione di innovazioni, grazie alle tecnologie, volte a rivedere l’organizzazione delle imprese a favore di un bilancio più positivo tra lavoro e vita personale.

In molte professioni la figura del freelance (colui che svolge un lavoro libero da vincoli gerarchici) e quella del lavoratore in remoto (dipendente o meno) è cresciuta. Lo schema classico dell’ufficio e della fabbrica standard è entrato in crisi e nuovi modelli di organizzazione del lavoro sono emersi.  Basti pensare a come le tecnologie web e l’accesso a connessioni a banda larga hanno favorito la possibilità di lavorare da casa o in viaggio.

Il COVID-19 ha dato una ulteriore accelerata a questi cambiamenti e letteralmente costretto molte organizzazioni a rivedere i loro modelli organizzativi e di creazione del valore (modello di business, in inglese ‘business model’). In questo articolo, identificheremo quattro modelli di business che pensiamo si dimostreranno molto influenti nel corso del 2020.

Software come il servizio

Se la paralisi da COVID-19 fosse avvenuta dieci anni prima, Internet sarebbe già stata una risorsa per comunicare tra le persone, ma cosa sarebbe successo alle imprese? Le organizzazioni di allora si affidavano molto di più a reti private (intranet) e server locali: avrebbero costretto i datori di lavoro a procurare costose postazioni di lavoro ad alte prestazioni per i dipendenti in lavoro da casa e a dispendiose configurazioni dei software.

Oggi, invece, la maggior parte delle imprese è stata in grado di portare molto velocemente i lavoratori a casa grazie alla diffusione di applicativi SaaS (software-as-a-service). Il software è online e l'elaborazione avviene in sistemi potenti cloud eliminando di fatto la necessità di computer potenti e permettendo l'accesso alle informazioni aziendali da portatili e tablet.

E’ dunque auspicabile che la richiesta di soluzioni SaaS non possa che aumentare enormemente nel prossimo futuro. Anche tornando alla normalità, le aziende vorranno continuare ad avere soluzioni tecnologiche che possono supportare il lavoro a distanza (se necessario). E’ dunque un momento fantastico per lanciare nuove imprese e progetti basati sul paradigma SaaS e coprire le nicchie di mercato rimaste scoperte.

Dropshipping

A seguito delle misure di blocco, molte attività commerciali che si basavano sull’acquisto 'di persona', dai negozi di mattoni ai ristoranti, sono entrate in crisi.  Lo stesso è successo per le aziende non sono riuscite a portare il lavoro a distanza ricorrendo, in alcuni casi, a soluzioni estreme come licenziare i lavoratori o dichiarare fallimento.

C'è un crescente numero di persone in tutto il mondo che sono a casa senza ricavi e risparmi minimi, avendo perso il lavoro.  La maggior parte di loro non ha esperienza imprenditoriale. Cosa dovrebbero fare? Molti di loro potrebbero voler identificare opportunità lavorative nuove, con un ridotto rischio, che necessitano di limitati investimenti e che possano esser gestite da remoto.

Una opportunità è offerta dal modello del ‘dropshipping’. Si tratta di vendere prodotti con un e-commerce (anche affidandosi a note piattaforme) senza fare magazzino. Il dropshipping  di solito non genera grandissimi guadagni, ma, se fatto bene, può essere un successo e offrire un ridotto rischio imprenditoriale. I costi principali sono quelli per mantenere la piattaforma di vendita online, fare marketing, raccogliere i pagamenti e gestire l'eventuale reso dei prodotti.

Contenuti in abbonamento

I servizi di streaming hanno raggiunto nuovi e importanti traguardi durante le ultime settimane. Che si tratti di Netflix o Disney+, le persone in tutto il mondo sono felici di pagare canoni mensili per guardare da casa i loro programmi e film preferiti quando vogliono. L’intera industria del cinema, classicamente in crisi,  interessato ai ricavi che possono derivare da questo settore.

Si tratta di un modello di business 'in abbonamento'. Oltre al cinema altre attività possono essere basate su sottoscrizioni di contenuti e offrire un elevato potenziale di crescita in questo periodo. Molti utenti infatti finiscono con saturare il loro interesse per Netflix o Amazon Video e sono pronti a sperimentare cose diverse come i corsi in live-streaming. Twitch.tv sta diventando estremamente popolare: invece dei canali TV, gli spettatori possono guardare i loro ‘streamer’ preferiti giocare e unirsi alle loro comunità online.

I corsi digitali sono attraenti ora che la maggior parte delle strutture educative convenzionali sono state costrette a chiudere nel mondo reale. Chiunque abbia conoscenze o abilità utili può crearsi un lavoro intorno all'offerta di contenuti in abbonamento. Uno chef, ad esempio, che non può lavorare per via del ristorante chiuso, potrebbe organizzare corsi o semplicemente trasmettere le proprie sessioni di cucina ad abbonati paganti.

Trasporto merci

Durante le ultime settimane diverse spedizioni sono state rallentate per dare priorità alle consegne urgenti a supporto dell’emergenza sanitaria. A livello globale si misura una crescita della domanda di servizi di trasporto efficaci. Sicuramente la creazione di una società di trasporti sarebbe una buona scelta, ma richiederebbe importanti risorse e altrettanto impegno. Tuttavia le opportunità in questo settore restano alte.

Aziende come Amazon hanno adottato tecnologie IoT (Internet-of-things) per migliorare la catena delle consegne, dalla sicurezza al monitoraggio. Questa è solo una prima parte di ciò che è possibile innovare. Chiunque abbia una grande idea per costruire o migliorare una impresa di trasporti con modelli sostenibili e garanzie di affidabilità anche in circostanze difficili, potrebbe trarre grandi profitti e attirare importanti investimenti.

In conclusione, il 2020 è iniziato come l'epidemia da COVID-19 che ha radicalmente cambiato la prospettiva secondo cui i modelli di business sono realizzabili e ha annullato la maggior parte (se non tutte) delle previsioni fatte nel 2019. Chi pensa di lanciare un nuovo business quest'anno deve tenere in mente i 4 modelli che abbiamo elencato e fare attenzione a ulteriori cambiamenti. Non c'è modo di sapere cosa ha in serbo il 2021.


Rodney Laws*


* Libera traduzione dell'articolo in inglese di Rodney Laws scritto per TVLP Institute. Rodney Laws è un esperto di e-commerce con oltre un decennio di esperienza nella costruzione di attività online. Ha lavorato con le più grandi piattaforme del mondo. Per connettersi con lui c'è EcommercePlatforms.io e Twitter @EcomPlatformsio.

Ph.credit: Pxfuel

Pink Valley: donne che per realizzare i loro progetti hanno lasciato il posto fisso

Giovani, coraggiose, preparate. E imprenditrici.Lasciano il Paese d'origine per inseguire i loro sogni e per trasformarli in imprese che possano contribuire a rendere il mondo un posto migliore.


Donne imprenditrici dedicano anima e corpo al progetto, con l'obiettivo tra l'altro di creare opportunità di lavoro non solo per se stesse, ma anche per gli altri. Ad accomunarle sono esperienze internazionali che si traducono in un vero e proprio sconvolgimento e cambiamento di rotta per la loro vita e il loro futuro professionale.

È accaduto così a Larissa Kryuchkova, founder di Uvisio (uvisio.com). La sua azienda ha sviluppato una tecnologia che permette un controllo totale dell’esposizione solare, per evitare bruciature e quindi minimizzare il rischio di tumore alla pelle.

«Questa idea mi è venuta da un'esperienza diretta, avendo avuto io stessa un tumore alla pelle – spiega Larissa –. In quegli anni ho cominciato a studiare un modo che potesse evitare ad altri quello che era successo a me. Sono riuscita quindi a combinare questa mia brutta esperienza con le esperienze positive vissute progettando circuiti integrati. Da qui l'idea di sviluppare un dispositivo elettronico che permettesse di tenere sotto controllo l’esposizione solare». All’inizio, ci tiene a precisare la giovane ricercatrice russa, «non pensavo di sviluppare un’impresa, ma un dispositivo per fare qualcosa di buono per quelli che mi stavano più vicino».

Inizia così a progettare il dispositivo, composto da una parte hardware e software, utilizza un algoritmo che consente di misurare il rischio in base alle caratteristiche specifiche delle pelli (diverse in ogni persona) di chi lo sta utilizzando. Poi la convinzione a dar vita a Uvisio, un’azienda con sede tra l'Olanda e la Germania, che ha come mission quella di aiutare tutte le persone del mondo.
«Nel 2014 sono stata selezionata dal TVLP Institute in California – spiega ancora Larissa –. Ho avuto un feedback molto positivo» dagli imprenditori e dai mentor che mi hanno accompagnato nel corso del programma immersivo in imprenditorialità tecnologica. Molte persone erano interessate a questo prodotto e ho capito che avrei potuto creare un’impresa. Così sono tornata a Berlino e ho iniziato a lavorare su questo. Credo che il grande passaggio sia stato quando ho deciso di andare avanti, con un prodotto da portare sul mercato». E’ così che Larissa ha deciso di licenziarsi da un posto a tempo indeterminato a Zalando e seguire le sue passioni.

Larissa Kryuchkova, founder di Uvisio intervistata a Berlino
L'esperienza di Larissa è come una goccia d'acqua nell'Oceano se si considera che in Europa le donne sono solo il 13% dei fondatori di imprese (dati del Sole 24 Ore di marzo 2016). Sara Bonomi, italiana d'origine, non ha dato retta alle statistiche e ha accettato otto anni fa la sfida di trasferirsi all'estero. Per perfezionare la propria formazione vive in Francia, in Spagna e in Australia. Nel 2012 si trasferisce a San Francisco. Ma l'avventura comincia in salita. «Ho studiato in una buona business school europea e parlo diverse lingue, ma queste mie competenze qui non venivano riconosciute – racconta Sara –. Ho cominciato a partecipare a numerosi eventi per conoscere nuove persone, aumentare il mio network e trovare in quale impresa poter esprimere meglio le mie competenze». È un percorso lungo, che può richiedere un grande investimento di tempo.
Incamminata su quella strada, Sara incontra i fondatori (europei) di una hardware-startup che sviluppa stampanti 3D e che sono stati in grado di valorizzare i suoi studi e le sue competenze. Ora a Berlino guida un team per una grande compagnia americana sempre nel settore delle stampanti 3D. «In questo momento – spiega – credo che sia importante per me continuare a vivere all'estero per acquisire esperienza e crescere dal punto di vista professionale con diversi ruoli alla guida di un team. Non escludo la possibilità di tornare in Italia tra qualche anno per avviare eventualmente una mia attività».
Contagiata dalla cultura imprenditoriale californiana – che mette al primo posto la contaminazione delle idee e la trasmissione delle esperienze – Sara assieme ad altre quattro donne ha fondato quattro anni fa il capitolo italiano di Girls in Tech (http://www.girlsintech.it).


Sara Bonomi: donne tra talento e tecnologia in un mercato del lavoro globale

Anche la storia di Nicoletta De Vincenzi, laureata in Italia con master in Marketing management e Business communication, è segnata da importanti esperienze professionali come in General Motors. «Un giorno mi sono decisa a inviare il curriculum a Google in Irlanda e proprio nella società di Mountain View ha inizio la mia esperienza professionale all'estero, proseguita poi con Facebook. Ho vissuto a Dublino per otto anni in ambienti estremamente innovativi e dinamici, all'interno di grandi realtà internazionali. Questo mi ha insegnato ad essere io stessa innovativa e a mettermi in gioco in modo diretto». 

Anche dalle esperienze in grandi aziende possono nascere nuove idee in chi sente il bisogno di migliorarsi continuamente, di sperimentare, innovare ed esporsi su nuovi mercati. E così Nicoletta, viaggiando da un Paese all'altro mentre è a capo di un team di 35 persone, si rende conto di un mercato quasi del tutto inesplorato, legato a esigenze molto concrete delle imprenditrici e degli imprenditori obbligati a lunghe trasferte di lavoro e quindi ostacolati ad accedere a servizi e centri per la cura e il benessere del proprio corpo. Nasce così l'idea di Glowreous (http://glowreous.com/), marketplace per esperienze Beauty, Lifestyle e Luxury Travel, spazzando via ogni dubbio sull'opportunità di abbandonare il posto fisso e la carriera in aziende prestigiose: «il nostro obiettivo era di risolvere questo “vuoto”, applicando le ultime tecnologie a servizi beauty e wellness».  Un'idea chiara, perfezionata al TVLP Institute in California che, per dare maggiori opportunità a donne di talento come Larissa, Sara e Nicoletta, ogni anno mette a disposizione diverse borse di studio. Ora Glowreous è una società basata in Silicon Valley con attività a Dublino, California e Roma. «Ci sono oltre 2 milioni di saloni di bellezza nel mondo, e solo negli Stati Uniti sono 1,1 milioni – spiega Nicoletta –. Noi abbiamo realizzato un'applicazione che consente di fare acquisti online e preonotazioni in tempo reale facilitando l'accesso via mobile a esperienze esclusive presso Luxury Hotel Spa, Saloni di Bellezza, Centri Wellness selezionati e inoltre l'acquisto di prodotti boutique e accessori lusso.

Quale consiglio darei a giovani imprenditori come me che vedono la strada in salita? Sicuramente quello di perseguire i propri desideri, innovando continuamente, senza stancarsi di imparare e sperimentare nuove opportunità».

Paolo Tomassone

* articolo pubblicato la prima volta il 5 dicembre 2017.

Come dare feedback costruttivi ed individuali nei team

Il feedback è tra i termini inglesi più usati in altre lingue, anche in italiano. Si potrebbe tradurre con “parere o opinione” ma non rende completamente l’idea. Cerchiamo di capire cos’è spiegando come utilizzarlo in maniera efficace all’interno un gruppo di persone che lavorano insieme – un team.



I feedback sono ancora usati poco. I team spesso si incontrano o fanno riunioni a distanza quando il manager realizza che c’è un problema. Il feedback viene quindi frainteso con il momento in cui tutti sono chiamati a rapporto, magari per un rimprovero. Un atteggiamento del genere genera inevitabilmente stress e preoccupazione nel lavoratore.
Questo scenario può invece essere rivoltato in chiave positiva e generare una spirale di eventi costruttivi. Per farlo è necessario istituzionalizzare il feedback, stabilendo cioè una chiara struttura periodica e un’agenda organizzata.

La comunicazione strutturata nei team ‘fisici’ e virtuali è composta da tre parti principali:

1. Regolari incontri, anche a distanza, per aggiornamenti sia formali che informali.
2. Dialogo per spiegare il proprio punto di vista invece di difendere le proprie posizioni.
3. Feedback per migliorare professionalmente e personalmente.

E’ importante dunque fare riunioni di gruppo non solo in caso di problemi o emergenze, ma anche per stimolare il regolare flusso di comunicazione verso il manager.
Lo stesso vale per le comunicazioni tra i membri del team: non dovrebbero essere limitate a determinate problematiche o compiti, ma anche a fornire un feedback sulle prestazioni complessive e sullo sviluppo dell'individuo.

Come quindi dare feedback regolari, personalizzati ed efficaci?

Suggerimento 1. Istituzionalizzare il feedback individuale

Bisognerebbe programmare riunioni periodiche di circa 1 ora con ciascuna persona che dipende direttamente da te. Devi considerare questo incontro come una priorità e un investimento per i membri del tuo team: non disdirlo se qualcosa di più importante o urgente capita poichè daresti un segnale sbagliato.

Per quel che mi riguarda, organizzo riunioni o telefonate mensili con ciascuno dei miei collaboratori diretti. Questo momento è fondamentale per rivedere i progressi e gli obiettivi chiave di chi mi affianca.
Se ci sono dei feedback critici, dei rimproveri, preferisco farli in questo momento, non certo via e-mail, dove e’ facile essere fraintesi, o in un momento di gruppo.

La riunione periodica con il manager deve diventare un momento “sacro" per ogni membro del team. La comunicazione dovrebbe avvenire in due sensi: il collaboratore fornisce aggiornamenti ma anche riceve suggerimenti. Dovrebbe cioè esser bilanciato il tempo destinato a riportare al manager cosa si e’ fatto e quello destinato alle domande del collaboratore. Bisogna dare spazio a richieste di indicazioni, supporto politico all’interno dell’organizzazione, o altro che possa essere utile al collaboratore. Il livello ottimale dovrebbe essere 50% del tempo dedicato al riportare e 50% di orientamento o feedback da parte del manager.

Le domande chiave che raccomanderei a qualsiasi manager di fare al suo subordinato sono:

"Come posso aiutarti?” 
“C'è qualcosa che posso cambiare per migliorare il lavoro che stiamo facendo insieme?"

Suggerimento 2. Non limitarsi a dare feedback come manager ma chiedere anche un feedback sul proprio operato come leader

Se decidi di fare questi incontri o telefonate mensili ricordati di dare la giusta importanza a questa attività e fare in modo che diventi un impegno da rispettare sempre. Sarebbe molto demotivante cancellare un incontro. Se proprio devi farlo ricordati di fornire sempre e subito 2-3 date alternative cercando di venire incontro alle esigenze dell’altra persona. Se sposti un meeting preparati anche ad accettare che il tuo collaboratore possa fare lo stesso.

Due volte all'anno sarebbe utile un incontro più formale di verifica delle prestazioni del collaboratore e di crescita rispetto ad un piano individuale. Rivedere formalmente gli obiettivi annuali di ciascun membro del team e’ importante e andrebbe fatto di persona. In questa occasione e’ fondamentale adottare delle metriche per poter valutare tutti i collaboratori, anche se ne hai uno solo, in maniera oggettiva e chiara.
Nei team virtuali, in ci sono meno opportunità per organizzare riunioni faccia a faccia, bisognerebbe eseguire questo processo in maniera ancora più rigorosa e intraprendere subito eventuali azioni correttive.

Oltre alla valutazione delle prestazioni, suggerisco di fare due volte l'anno anche una discussione sul piano personale per capire se si e’ un buon leader e valutare le proprie capacità tecniche o manageriali attraverso un confronto con i membri del proprio team.
Bisogna quindi unire metriche sulle prestazioni, un piano di crescita per i collaboratori e valutazioni sulle proprie capacita’ manageriali.

Suggerimento 3. Personalizza

Le riunioni in remoto sono ora più che mai diffuse. Usa la videochiamata quando possibile, altrimenti può essere utile guardare una foto del tuo interlocutore, ad esempio quella che ha sul profilo LinkedIn. Inizia la conversazione con un aggiornamento personale prima di passare a parlare di obiettivi e risultati.

Tutte questi incontri mensili e annuali richiedono senza dubbio molto tempo. Ma è un l'investimento da fare come leader per la crescita del tuo team. In cambio la tua squadra diventerà più proattiva, le persone saranno motivate a fare di più e ad agire con più impegno anche quando sono fisicamente distanti.

Dunque i feedback regolari sono fondamentale in un team. E’ una delle “10 Big Rocks”, ovvero i 10 fattori chiave per avere successo e trasformare un gruppo di persone - anche se a distanza – in un ‘Virtual Power Team’.


Peter Ivanov*


*Traduzione dell'articolo in inglese di Peter Ivanov scritto per TVLP Institute. Peter Ivanov è un esperto di team virtuali, relatore e formatore. Il suo libro "Virtual Power Teams" è tra i più venduti di Amazon in management internazionale.

Lavoro precario? No, creativo. Come cambia la professione dei Millennials



Laureati e trova un buon posto di lavoro così ti sistemi. Siamo cresciuti (parlo della mia generazione, quella dei nati tra i ’70 e gli ‘80) con i nostri genitori che ci dicevano in continuazione parole come queste. La loro è stata la generazione che aspirava al posto fisso e che ha passato (quasi sempre) una felice vita professionale all’interno di una sola organizzazione. Noi siamo la generazione dei laureati, dei master e dei dottorati. Alcuni sono ancora alla ricerca del posto fisso. Altri (spero la maggior parte) si saranno resi conto che il mondo del lavoro è diverso. Si cambia lavoro ogni 3 anni circa, spesso anche settore o nazione. L’euro e l’Europa unita hanno facilitato la mobilità soprattutto di coloro che sono super formati, come i dottorati. Spesso si inizia con un periodo all’estero per fare “un’esperienza” e si finisce col fare del mondo la propria casa. Da dove vieni? All’inizio dicevo dalla Puglia (noi Pugliesi non so perché diciamo il nome della nostra regione al posto della città di provenienza); dopo dall’Italia e ultimamente dall’Europa (spinto da un senso di aggregazione simile agli Stati Uniti d’America).

Ed è così che facilmente finiamo col fare un lavoro che i nostri genitori non capiscono cosa sia; e trasformiamo le regole del nuovo mondo in cui viviamo in un vantaggio per la nostra professione. Lo sanno bene in California dove la nuova generazione (i Millennials) odiano guidare e usano Uber e Lyft per gli spostamenti quotidiani. Dietro al volante di queste auto c’è gente di ogni estrazione sociale, che fa l’autista a pagamento anche solo per un paio di ore a settimana. Una sera l’autista che mi portava a una cena da Buck’s di Woodside mi disse che lui faceva tutti i giorni il “commute” (pendolare) da San Francisco a Cupertino e lungo la strada accendeva l’app di Lyft per prendere qualche passeggero, fare un guadagno extra e soprattutto conoscere gente nuova. Come lui sono in tanti a farlo. Potrei anche raccontare di esperienze in case affittate in Airbnb grazie alle quali ho conosciuto venture capitalist e imprenditori di successo che, forse per gioco o perché i soldi hanno comunque un valore, affittano una parte della casa (quella che chiamano la “in-law unit”, destinata ai suoceri in visita).

C’è poi chi si inventa i mestieri più strani o meglio, chi si crea il lavoro fiutando i cambiamenti in corso. E’ questo il caso dei co-host di Airbnb, esperti che aiutano coloro che hanno una camera o un appartamento “extra” ad affittarlo usando Airbnb, HomeAway e altri.
Oppure chi ha fatto la sua fortuna come agenzia pubblicitaria su Google, Facebook, Pinterest e gli altri social. Abbiamo recentemente incontrato a Menlo Park il fondatore di Indiez (https://indiez.io), Nitesh Agrawal che in circa tre anni ha creato, raccolto i primi capitali (mezzo milione di dollari), fatto crescere e venduto la società. Indiez è l’Airbnb degli sviluppatori. Il concetto è semplice: se sei un web designer, un developer di front-end o qualsiasi altra sia la tua specialità, nel tempo libero puoi ricevere piccoli lavori e far parte di un gruppo di persone che - sotto un coordinamento professionale - porta avanti un progetto. Ora, pensiamo a quanto possa essere accattivante questo gruppo di sviluppatori se il designer della nuova applicazione web lavora durante il giorno da Apple e il progettista che lo affianca disegnando il codice di back-end lavora per Google e la squadra è completata da un esperto cloud di Amazon! Si, fantastico. Questo è quello che fa Indiez anche ora che è parte di GoScale.

Nitesh Agrawal, fondatore e Ceo di Indiez.io intervistato a Menlo Park, California da Paolo Tomassone poco dopo la nascita della società.

Alla base di questi progetti ci sono tecnologie e processi avanzati che mirano a creare professioni che fino a ieri non esistevano. Anche il mondo dei creativi ha visto una immensa rivoluzione negli ultimi anni. I contenuti video sono esplosi su tutti i canali social e hanno creato la necessità di registi, attori, montatori, in grado di produrre video di alta qualità, super coinvolgenti, ma - al tempo stesso - brevi ed economici. Ho visitato a Lubiana in Slovenia un co-working i cui “abitanti” sono solo creativi, che lavorano autonomamente ma in maniera sinergica intorno a progetti comuni.

A cambiare è anche la concezione del luogo di lavoro. In tanti lavorano da casa o da un co-working (per sentirsi a volte meno soli o per cercare opportunità attraverso il contatto con gli altri). Bellissimo è “HanaHaus” – ex teatro in downtown Palo Alto ristrutturato dalla tedesca SAP – dove si paga la scrivania ad ore mentre il bar “Blue Bottle” riempie l’aria del profumo di caffè. Per i più spartani o con limitate risorse, c’è sempre Red Rock Cafe a Mountain View sulla Castro Street, oppure i classici Starbucks in ogni angolo della nazione, dove con $5 hai un caffè, un tavolo su cui lavorare e Internet gratuito. E’ così che il fondatore di BlueJeans (www.bluejeans.com), Krish Ramakrishnan, racconta di aver mosso i primi passi a fine 2009 di quella che è oggi una startup che ha raccolto 175 milioni in 5 round di investimento prima di essere comprata da Verizon, il colosso americano delle telecomunicazioni, per una cifra che si dice sia intorno a 500 milioni di dollari.

Cambiano gli strumenti. In uno dei miei film preferiti, “La ricerca della felicità”, il protagonista fa del telefono il più importante mezzo lavorativo. Erano gli anni ’80 in America. Mentre in Italia il telemarketing persiste ancora, oggi i telefoni scompaiono dalle scrivanie (del resto come fare a telefonare in un open space) cedendo il posto a strumenti di comunicazione interna come Slack.com ed esterna come Mailchimp e i citati social media. Le riunioni diventano telefonate da fare con BlueJeans, Skype o Zoom organizzate preventivamente via email o Google Calendar. Il computer è la “scrivania” di molti e uno scanner (meglio se fronte retro) e un buon sistema cloud come Dropbox o Box.com sostituiscono pratiche, cartelline e archivi polverosi.

Il posto fisso dei nostri genitori? Forse non esiste più, ma chi ha creatività e voglia di fiutare il vento, può trovare tante opportunità. In fondo, che noia sarebbe alzarsi la mattina e fare sempre la stessa vita sognando il giorno della pensione.

Bruno Iafelice


Ph. Credit: Hanahaus Gensler