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venerdì 10 aprile 2020

Uniti ora o mai più: ripercussioni del COVID-19 sull'economia EU

La crisi economica scatenata dal COVID-19 porta una chiara verità in Europa e un momento di presa di coscienza per tutti. L'Italia deve fare i conti con quello che non può più essere.  



Accanto alla terribile crisi sanitaria in essere, dobbiamo valutare come affrontare la, altrettanto terribile, crisi economica che si sta delineando all'orizzonte. In situazioni come queste, le politiche economiche convergono nell'implementazione di piani keynesiani coi quali lo stato interviene attivamente nell'economia.

Un ruolo da protagonista sarà sicuramente riservato all'Unione europea. La Bce, dopo i primi devastanti tentennamenti, ha deciso di acquistare titoli di stato dei singoli paesi aderenti, anche in deroga alle “quote di capitale” che gli stessi detengono nella banca centrale.
Questa è una forte innovazione, giacché la crisi del debito sovrano dello scorso decennio, venne affrontata – il famoso “whatever it takes” di cui parlò l'allora presidente Bce, Draghi, in una conferenza stampa - attraverso massicci acquisti di titoli di stato da parte della Bce ma ripartiti secondo le quote di capitale che ogni singola banca centrale nazionale aveva nell'istituto.
La Bce a differenza della Banca d'Italia, ha un capitale sociale ripartito tra le varie banche centrali, in base al quoziente costituito dalla media (paritetica) tra popolazione del singolo paese e PIL. In tal modo, il paese più forte economicamente che è anche il paese più demograficamente importante (la Germania) ha un peso di circa il 21,5% nel capitale della Bce (l'Italia ha un peso di poco meno del 14%).

Orbene, questo assioma è saltato completamente nelle ultime settimane, tanto che la Bce ha acquistato nel solo mese di marzo 2020 qualcosa come 12 miliardi di euro di BTP italiani, a fronte di soli 2 miliardi di euro di titoli di stato tedeschi. Vediamo come questo meccanismo sia essenziale per raffreddare lo spread e impedire una catastrofe economica. A una condizione. Che i titoli di stato italiani restino nell'area dei titoli che, a giudizio delle tre principali agenzie di rating, sono negoziabili. 

I nostri BTP sono due gradini (sono molto pochi, purtroppo) sopra l'area della negoziabilità, varcato il confine della non negoziabilità, la Bce non potrebbe, stando così le cose, più acquistare titoli di stato italiani, dunque il poderoso 'quantitative easing' in essere sarebbe vanificato. Gli effetti economici di una tale eventualità sulla tenuta dei conti pubblici (la stessa finanziabilità della sanità) sono facilmente immaginabili.

Il problema è che per uno stato che sarà costretto a ricorrere alla leva del debito, da anni privo di crescita economica e che non produce PIL (effetto diretto dello “stateacasa”), un downgrade dei titoli di stato non sarebbe esattamente un fulmine a ciel sereno.

Si diceva che la Bce così facendo cerca di sostenere il debito degli stati maggiormente colpiti (Italia e Spagna soprattutto) e, al contempo, di iniettare nuova liquidità nel sistema. L'intervento della Bce è fondamentale e, a dispetto di quanto si dice, la Germania ha cambiato le proprie posizioni in merito rispetto al passato.
Immaginiamoci se ci presentassimo con una nostra valuta e se fossimo giudicati solo sulla base dei nostri fondamentali economici (ossia debito maggiore del PIL, crescita stagnante da decenni, terrore nei consumatori (effetto diretto della gravità dell'epidemia e del martellante “stateacasa”), i quali preferiranno la liquidità a consumi e investimenti: sarebbe un massacro. Così non è, lo spread è al momento sostenibile, e questo lo si deve agli interventi della Bce.

Interventi assolutamente necessari ma non sufficienti. La Bce, a differenza della Fed, non ha ruoli attivi di politica fiscale, essi sono riservati alla Commissione e agli stati membri che dovranno implementare le politiche così decise a livello europeo.
Nello statuto della Banca centrale americana, infatti, è previsto che essa abbia come compito non solo quello di controllare l'inflazione (la qual cosa la accomuna alla Bce) ma anche il compito, e questa è vera e propria missione di politica economica, di garantire la massima occupazione, ossia di elargire facilitazioni creditizie dirette tali da consentire alle imprese di assumere.
Non avendo, si diceva, la banca centrale europea un tale compito, dovranno provvedervi le autorità politiche. Lo stato italiano, inutile nasconderlo, non ha le risorse sufficienti, servono, quindi, adeguati interventi comunitari.

La crisi odierna, in altri termini, ha sottratto ogni alibi all'Unione europea e messo a nudo la criticità di avere, caso unico nella storia, una moneta unica non espressione di un debito unico. Questa peculiarità è così perniciosa (e potenzialmente gravida di gravi rischi per la tenuta del sistema) da catalizzare il gioco degli spread (ogni stato membro ha autonomo debito pubblico e la valutazione del medesimo da parte dei mercati è affidata alla affidabilità, reale o apparente, del singolo emittente) e la competizione all'interno dell'Unione monetaria (un paese economicamente forte, anche senza che vi sia intenzionalità, potrà finanziare il proprio debito pubblico gratuitamente o quasi, profittando delle difficoltà di altri paesi membri coi quali condivide la stessa moneta).

Come risolvere tutto questo? Inutile infatti girarci attorno, quanto sta succedendo richiede un progresso nell'unità e quindi una ulteriore cessione di sovranità, accanto a una grande operazione di verità che spinga, per esempio, i paesi nordeuropei, e soprattutto la Germania, a spiegare alle loro opinioni pubbliche che l'ingresso di paesi più deboli economicamente è stato in realtà un toccasana per le esportazioni, diversamente inibiti da una valuta che sarebbe stata troppo forte per le industrie nazionali e che ora si tratta di ripartire vantaggi così conseguiti e, in contemporanea, i paesi con economie o finanze pubbliche più deboli a spiegare alle proprie di opinioni pubbliche che le varie debolezze sussistenti (evasione fiscale, sprechi di spesa pubblica clientelare ecc.) non potranno più essere tollerate.

Alle leadership europee spettano, quindi, risposte ambiziose a sfide epocali. Alla leadership italiana il dovere di non accettare soluzioni (quali quelle delineate nel drammatico vertice del 26 marzo) che siano punitive e ingiuste, ma anche di parlare un linguaggio di verità agli italiani (e cioè che nuovi sacrifici arriveranno, ossia una lotta senza quartiere all'evasione fiscale, che si accompagni però a congrua riduzione del carico fiscale per non dare alibi alla c.d. evasione di sopravvivenza e a certezza nell'applicazione delle norme, e una altrettanto forte campagna di revisione, riduzione quando non di soppressione, di capitoli di spesa pubblica altamente improduttiva e clientelare).

Non dimentichiamolo mai, il baratro davanti a cui stiamo arrivando non è dovuto a politiche fiscali nel loro complesso scriteriate (e con grande onestà il governo dovrà rivendicare che il nostro paese da anni ha avanzi primari importanti) ma a una epidemia, arrivata dall'estero, di cui nessuno ha colpa.

Le risposte dovranno essere corali o non saranno risposte accettabili. Non si possono accettare risposte quindi sanzionatorie come il ricorso a strumenti che prevedano condizionalità (cioè piani di rientro che imporranno politiche economiche restrittive: l'esatto contrario di ciò che è necessario ora) nella elargizione dei prestiti, occorre in altri termini che tutti i paesi membri compartecipino a un progetto davvero comune in tutti i suoi aspetti. La sfida è banalmente quella dell'unità, diversamente opinando sarebbe meglio prendere atto che il progetto europeo, come un qualsiasi matrimonio, è fallito per carenza di fiducia tra i suoi aderenti e preparsi dunque alle conseguenze, inevitabili, gravi, ma almeno sincere di questa eventualità.


Nicola Di Staso

Nicola Di Staso è notaio in Ferrara. In passato è stato funzionario della Banca d'Italia.